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giovedì 9 luglio 2015

PS15 // Report del sabato al Parc del Forum





Piú di un mese, mille storie cui a voi interessa poco, ed un Sonar di mezzo e siamo qui a concludere ora la nostra raccolta di report giornalieri scoprendo come le cose davvero belle, ahimé, rimangano impresse indelebilmente a distanza di tempo con gli stessi colori vividi ed, a tratti, gli stessi odori. Odori di Primavera, di quella stagione che dura una settimana e si conclude, ormai da anni, almeno per noi, di domenica mattina con il sole in faccia, ed il Mare Nostrum lí a due passi ad amplificare i raggi che fungono da sveglia per riportarci alla vita reale. Anche se di reale al di fuori delle mura amiche del recinto del Forum, sembra restare davvero ben poco... 
Ma bando ai sentimentalismi e torniamo a fare un po' di cronaca alla nostra maniera partendo dallo splendido regalo offertoci dalla rivisitazione dell'ultim'ora del programma che ricolloca gli attesissimi DIIV nell'orario ideale per iniziare la nostra giornata conclusiva. Ore 18.30 siamo belli piazzati, birra in mano e sole in faccia, ad una decina di metri da un Zachary Cole Smith che non fa dello stile il suo cavallo di battaglia e che ha certamente da farsi perdonare il forfait del 2013 oltre al fatto di avere come compagna una certa Sky Ferreira... Sebbene il Pitchfork si confermi non il palcoscenico ideale a livello di resa acustica ed una metá delle canzoni vengano proposte per la prima volta il concerto si rivela un viaggio sensoriale quasi inatteso chiuso dalla meravigliosa Doused lasciadoci con l'acquolina in bocca in vista dell'ormai prossimo sophomore. 
Ad un Mac DeMarco mai entrato nelle nostre grazie e di scena nella lontana Mordor preferiamo la classe cristallina e senza tempo di una bellezza altrettanto cristallina ed altrettanto senza tempo (quasi 52 anni? ma dove??) di un'icona della musica come Tori Amos. Scelta di cui nessuno avrá a pentirsi. L'artista statunitense si destreggia tra due pianoforti, visibilmente emozionata con una classe che supera le aspettative e giustifica l'eco che accompagna il suo nome. Non é da meno la scaletta prescelta che va da Bliss, traccia di apertura del concerto come fu di quel To Venus and Back del 1999, alle celeberrime e piú datate Crucify ed, ovviamente, Cornflake Girl a chiudere un'esibizione da occhi lucidi. 
Sebbene  il cuore ci avrebbe portato a godere della splendida Torres, la logistica ed il desiderio di porgere un ultimo saluto ai Foxygen ci guida fino allo stage Primavera dove giungiamo a festa ampiamente iniziata e dove ci accoglie un Sam France visibilmente su di giri. Chi ha visto il concerto dall'inizio ci racconta di un ottimo live mentre la sensazione che abbiamo provato noi è esattamente quella che si prova quando si è gli unici sobri in un tavolo di amici ubriachi... Già sapevamo non avremmo goduto dell'amata San Francisco ma a consolarci ci pensa una No Destruction con cui ci congediamo dal connubio californiano. Abbiamo fatto i fighetti tutto il weekend tenendoci a dovuta distanza dai main stages ma il sabato abbiamo dovuto tirar giù le braghe al nostro lato più mainstream abbandonandoci ad un'attesa dobbietta con Interpol (cui nel 2011 avevamo preferito Caribou) e The Strokes. Nessun dubbio sulla qualità delle opere (sebbene in calando a parte un discreto ultimo El Pintor) di Paul Banks e compagnia bella. Il dubbio che accompagnav l'attesa era più legato alla resa dal vivo. A posteriori, confrontando l'esperienza si evince come la soddisfazione non sia stata unanime anche se personalmente non potevo attendere di meglio. Atmosfera e visual che perfettamente si adattano al mood che da sempre accompagna le sonorità della band newyorkese ed una scaletta che autocelebra la propria carriera omettendo solo il fallimentare album omonimo (anche se resto convinto che Light sia uno tra i brani meglio riusciti...). Con la toccante Untitled ci ritiriamo in cerca di una posizione degna cui assistere alla performance di Julian Casablancas, Albert Hammond Jr. e soci. Sarà la bassissima aspettativa che nutrivamo e la convinzione che ci sarebbe costato uno sforzo immane comprendere un decimo delle parole che uscivano dalla bocca del leader dell'altra band newyorkese della serata, fatto stà che il live si rivela godibilissimo e coinvolgente, certo non per merito dell'entusiasmo che trasuda dal quintetto, nullo, ma questo era noto ed non c'era motivo di attendersi un carico di serotonina scrosciante dal palco... Al primo concerto europeo dal Reading 2011 bisogna fare un grandissimo sforzo per trovare un fallo nella scaletta che regala, al meglio delle loro potenzialità, una ventina tra i brani che hanno reso celebra la band. Anche qui quasi impossible attendersi di più.
Al termine della performance non posso più rimandare il confronto con l'atroce dilemma che nel frattempo si era insinuato in me... Continuare con il "fiestòn" offerto dagli Underworld con tutto il resto della (mia) banda approfittando della logistica oppure rispettare il piano che prevedeva la via crucis che mi avrebbe portato nel giro di mezz'ora dinnanzi agli attesissimi Health comodamente ubicati nell'estremo opposto del recinto. Ad averla vinta è alla fine in rock elettronico del quartetto californiano, già sfuggito nel lontano 2010... Il "sacrificio" ci regala però una gradita sosta al Ray-Ban giusto il tempo di rendere omaggio al già apprezzato Dan Deacon (ovvero Moon-Man, e chi c'era nel 2013 sa di cosa sto parlando) proprio mentre offre al suo non così esiguo pubblico quella perla che è Feel The Lightning...
Il pensiero di aver fatto la scelta sbagliata si dissolve il meno di 3 minuti e si trasforma nel giro di un'ora scarsa nella fiera consapevolezza di aver assistito ad uno tra i live migliori di tutto il nostro festival. Energia strabordante, resa e scaletta dei brani impeccabile ed una presenza scenica molto particolare per chi conosce Jake Duzsik, l'ipnotico capellone John Famiglietti, le espressioni facciali di Jupiter Keyes e l'atipico incedete del batterista Ben Miller. Die Slow dal vivo è un'esperianza che tutti dovrebbero provare e la chiusura con USA Boys non potrebbe essere più degna.
Ad attenderci ora, logisticamente perfetto, l'amato Caribou con band al Ray-Ban, per quello che rappresenta l'evento conclusivo della kermesse catalana. E come tale lo spazio risulta inadeguato, come già successo per i Ratatat, tanto che per la prossima edizione bisognerà inventarsi qualcosa caro Gabi... Tornando a Dan Snaith, che dire, impeccabile, anche se per noi senza sorprese tal momento che risulta essere l'esatta copia della performance del Club To Club 2014 della nostra (sempre amata, credo di aver già ripetuto questo concetto) Torino... Prima parte di assestamento e di profilo un po' più basso come l'ultimo disco del fuoriclasse canadese ed una seconda metà che esplode con Odessa e ci trascinerà fino al delirio dell'extended version di quel capolavoro che è, e sempre sarà, Sun...
Fuggiamo dalla calca per assaporare le sonorità di Mike Simonetti, invero senza mai esaltarci, per poi tornare alla casa-base Ray-Bay per rivivere un film che si prolunga da ormai 6 stagioni. Dj Coco, il suo live discutibile, qualche pezzo strappalacrime, il sole che emerge dal mare ed i nostri volti che illuminati raccontano di una tre (ma anche quattro) giorni di passione, amore, sacrifici, stanchezza e un pizzico di tristezza che inizia ad insinuarsi dal momento che realizziamo che il conto alla rovescia per la prossima edizione tocca nuovamente il suo punto più ampio...
Ciao Primavera, lo sai che ti amiamo vero?










giovedì 4 giugno 2015

PS15 // Report del Venerdì al Parc del Forum





Dopo le tredici ore del giorno inaugurale un'attenta distribuzione delle proprie energie risulta un requisito indispensabile per godere fino all'ultima goccia il tanto atteso evento catalano anche se ciò può richiedere qualche necessario anche se doloroso sacrificio. Quest'anno all'altare ci tocca immolare Josè Gonzalez di scena all'Auditori Rockdelux nel primo pomeriggio, con la caccia al biglietto che alle 16 vedeva tornare sconfitti gli avventori ritardatari. A lenire la ferita, oltre ad un'altra brillante giornata a livello metereologico (anche se la più fresca delle 3), un'alternativa di lusso fornita dal duo statunitense Sylvan Esso, aggregati al gruppo in corso d'opera e felice intuizione dal momento che sono molti i proseliti a raggiungere Mordor alle 18 per approfittare dell'elettronica che alterna intimismo (con la meravigliosa Coffee) a ritmiche più battenti (Uncatena tra tutte). Il ritorno dall'Heineken è quindi accompagnato da un largo sorriso e ci par quasi di fluttuare fino al lontano ATP che di lì a poco vedrà in scena i canadesi The New Pornographers già apprezzati proprio qui nel 2010. A.C. Newman, Dan Bejar e Neko dopo le brevi parentesi soliste tornano a sfornare un repertorio ricco ed impreziosito da due o tre pezzi dell'ultimo Brill Bruisers. Detto cìo il live continua ad apparire un po' bloccato così come la valutazione su un gruppo che personalmente prosegue attestandosi in quella terra di mezzo che lo rende un evento buono in caso di assenza di competitors (con tutto l'enorme rispetto per l'icona Patti Smith apprezzata dal nostro Sigu che per inciso la descrive così: Una Patti Smith alla soglia dei 70 anni ha aggredito il palco come una ventenne interpretando senza sorprese il suo album capolavoro e convincendo totalmente il pubblico presente con una esibizione senza cali e degna della sua fama). Ci risparmiamo gli ultimi minuti di Tobias Jesso Jr. ed i relativi problemi audio tanto rimarcati un po' ovunque (nonostante tutti siamo d'accordo sulla classe del giovane statunitense) per dar credito a The Julie Ruin comodamente seduti sui gradoni del Ray Ban, scelta che con due tappi nelle orecchie si sarebbe rivelata anche azzeccata...
Tra le frustranti scelte cui il nostro amato Primavera ci mette innanzi ogni anno la più dolorosa risulta a noi l'incrocio Perfume Genius / Belle & Sebastian con la scelta che ricade sul primo, inseguito da troppo, troppo tempo per lasciarselo sfuggire proprio qui, a 20 metri dal mare... Neanche a dirlo, scelta azzeccata, con Mike Hadreas che mi (ci) regala quello che, ad ex aequo, sarà la miglior esibizione del festival. Elegante, raffinato, introverso come era lecito attendersi nonostante alcuni video volutamente provocatori, l'artista statunitense nell'ora scarsa di esibizione regala tutte le perle più attese alternando momenti di grande intimità ai pezzi ballabili vera rivoluzione del fortunato ultimo Too Bright. A chiudere la gemma Queen nonostante il tentativo da parte dell'organizzazione, fortunatamente vano, di castrare un concerto finito leggermente lungo. Applausi scroscianti e due lacrime che su Learning potrebbero aver inavvertitamente solcato il viso... Si apre ora quello da molti definito (non da tutti, chiaro) il più grande vuoto degli ultimi anni nel programma. Il rapporto distanza/aspettativa boccia l'opzione Sleater-Kinney ed alla fine optiamo su un fugace sguardo dalle parti del Ray-Ban dove si ripresenta al pubblico la leggenda del post-punk australiano The Church, invero troppo lontano dal nostro percorso di studi per farci nuovi adepti. Con una grandissima opera di autoconvincimento, quasi esaltati, ci prepariamo al nostro fuori-pista con l'hip hop dei Run The Jewels, per genere certamente la proposta dell'anno. Sebbene la creatura più recente non ci avesse lasciato indifferenti abbandonarsi totalmente allo show dell'infortunato Killer Mike ed il vivace El-P risulta più complesso del previsto anche se con Close Your Eyes e Lie, Cheat, Steal il processo di integrazione può dirsi sufficientemente riuscito. Metabolizziamo il nostro nuovo lato con un ottimo quanto salato (più sul conto che sulla lingua) hamburger e ci avviamo, in realtà non convintissimi, verso un Heineken che vedrà di scena la rivelazione Alt-J, senza alcuna ombra di dubbio immeritatamente head-liner con all'attivo un ottimo esordio ed un deludente sophomore... Resistiamo giusto 6 canzoni, da Hunger of the Pine fino alla nostra amata Matilda. Concerto personalmente piatto, che non offre nulla in più rispetto a quanto ascoltato sui diversi supporti. A scusante possiamo avanzare l'ipotesi che ne la nostra posizione ne la nostra attitudine fossero tali da apprezzare in totale libertà l'evento. E poi sì, il richiamo di Jon Hopkins, nonostante gli anni, continua ad essere troppo forte per lasciarlo cadere nel vuoto. Arrivati all'ATP a sessione appena iniziata non ci vuole molto tempo per comprendere che l'impianto messo a disposizione del genio inglese non risulti adeguato. Ciononostante avvicinandoci un po' il live si rivela come sempre, e forse ancora di più, esaltante, ricco di quei cambi di ritmo ormai specialità della casa. Ma il più atteso degli eventi mai nascosto dal sottoscritto rimaneva il ritorno dei Ratatat, ormai prossimi a lanciare un nuovo album ed incontestabili maestri del palcoscenico. Forse proprio per questo, mai come quest'anno, non offrire un'alternativa valida (con buona pace dei Movement che adoro) si è rivelata una grande pecca con il Ray-Ban che in breve si stipava come un uovo rendendo non totalmente fruibile sia per audio quanto per libertà di movimento il concerto stesso. Evan Mast e Mike Stroud risultano comunque impeccabili sul palco e Seventeen Years il giusto premio atteso da diversi mesi. Alle ore quattro passate, con immutata stima nei confronti di Dixon, estraiamo dallo zaino una discreta dose di buon senso (di cui ignoravamo l'esistenza) ed abbandoniamo il Forum consci che l'indomani, giorno di chiusura, non ci sarà altra opzione: vamos a darlo todo...










mercoledì 3 giugno 2015

PS15 // Report del Giovedì al Parc del Forum





Ed eccoci a parlare dell'attesissimo primo giorno di Festival nella sua parte centrale, dopo il consueto warm-up del mercoledì, avvenimento immancabile, anche solo giusto per riprendere confidenza con il sacro recinto del Forum di Barcelona e senza nulla togliere alle davvero soddisfacenti performance del duo synth-pop australiano Panama (formato da Jarrah McCleary e Tim Commandeur) o di un Albert Hammond Jr. in splendida forma, impeccabile nel suo abito (non lo sarà altrettanto 3 giorni dopo) che dimostra una volta ancora di poter vivere di luce propria anche lontano dalla vetrina dei The Strokes. Se a ciò aggiungiamo la performance degli OMD vera e propria festa di inaugurazione del Primavera Sound 2015 non possiamo che aprire i battenti con un invidiabile carico di fiducia e serotonina nel nostro bagaglio. Bagaglio che continuiamo a stipare fin dalle prime ore dopo un eccitante quanto inatteso (memore delle precedenti esibizioni con gli Animal Collective) live di Panda Bear... In coda quando il sole era ancora (troppo) alto, il fastidio per un'organizzazione degli ingressi inaspettatamente approssimativa (caro Primavera, ci hai abituato troppo bene...) veniva sopito, o meglio, drogato da un'esibizione che si sposava a meraviglia con la struttura che lo ospitava. Se dubbi non esistevano sul repertorio del leader degli AC la resa live offriva un ulteriore valore aggiunto grazie al visual che definire psichedelico sarebbe fuor di dubbio riduttivo e anche un po' banale ed in grado di ammaliare anche il più scettico degli astanti. Se a ciò aggiungiamo la meravigliosa Alsatian Darn a completare la set-list allora ecco che di diritto abbiamo già un candidato alla nostra top five... La legge della compensazione che raramente si presenta da queste parti ci "regala" invece un tiro mancino con uno tra gli appuntamenti più attesi: il live dei Viet Cong autori dell'incantevole omonimo debut album, indubbia gemma post-punk dell'anno in corso, è al limite dell'impresentabile con un audio degno della voce di Matt Flegel, ovvero pessimo. E se consideriamo che già su disco Matt non appare propriamente un usignolo forse abbiamo reso l'idea... Continental Shelf e Death risultano comunque riconoscibili e proviamo a godercele con un certo trasporto...
Persa la corsa ai biglietti per il ritorno dei Battles in scena all'Hidden Stage (reso sopportabile solo dal recente annuncio del cartellone del Club To Club 2015) possiamo goderci l'incantevole paesaggio costiero ed incominciare a condividere le prime sensazioni in attesa dell'avvento di Mikal Cronin in un Rayban che avremo modo di sfruttare oltremodo in questa giornata... Lo statunitense come da copione è molta sostanza e poca apparenza. I migliori estratti dei tre album esaltano le sue doti ed il suo repertorio che ora come non mai appare composto esclusivamente da perle, tra cui su tutte, manco a dirlo, quella Weight cantata a squarciagola da una folla compatta e totalmente rapita... Di Antony and the Johnsons accompagnato dalla filarmonica di Barcelona non mi resta che ascoltare i racconti esaltati, ma chi non accetta di fare scelte sofferte probabilmente ha sbagliato festival e noi invece dopo anni decidiamo di ripiegare sui più comodi Spiritualized di scena all'ATP rinunciando totalmente al viaggio verso Mordor, almeno per la giornata odierna. Anche se la set-list taglia alcuni tra i brani più noti (e attesi) Jason Pierce e compagni non faticano oltremodo per trascinare i presenti in quel paesaggio lunare e melanconico che di fatto gli ha resi un'icona nel genere. Necessito qualche minuto per risvegliarmi dall'ipnosi indotta e dove non riesco io certamente non fa fatica ad arrivare quell'artista assoluto chiamato dai più Chet Faker il quale non fa rimpiangere neanche un secondo l'intreccio con il duo The Black Keys di scena contemporaneamente da qualche altra parte, lontano da orecchie e mente. Il Ray-Ban e tutto per lui e come da copione è proprio una delle sue bombe, Cigarettes and Chocolate, a far esplodere il delirio. Artista vero, a tutto tondo, classe, movenze ed eleganza. E poi un fiume di capolavori come No Diggity, Gold, Drop The Game... Gli applausi scroscianti sono il termometro unico che danno valore all'oretta che vi abbiamo dedicato. Con l'adrenalina a mille l'unica direzione possibile è quella che ci conduce nuovamente al Pitchfork che da lontano ci accoglie con Tangents, perla presente nell'ultimo album del duo Simian Mobile Disco. E così al terzo tentativo ecco finalmente dinnanzi a me James Ford e Jas Shaw di scena sotto il cielo finalmente nuovamente stellato di Barcelona, dopo due primavere un po' rigide. Una mezz'ora e poco più per addentrarsi nella più ballabile delle giornate che, ci rendiamo conto dopo solo un paio di brani, proprio non può trovare il suo naturale prolungamento con i ritmi più compassati dei Jungle, forse affrettatamente issati nell'impegnativo ruolo di figura centrale della notte. Consapevoli di un cartellone in discesa nei giorni a venire per quanto concerne le opzioni elettroniche ci regaliamo una doppietta omogenea con Gui Boratto prima e Roman Flugel dopo, daccordo sul concentrare la propria sessione prevalentemente su sonorità ipnotiche ma allo stesso tempo decise... A far vibrare il Forum resta infine solo Richie Hawtin che continua a non essere un personaggio che ci rispecchia quindi senza rancore gli volgiamo le spalle e con la mente siamo già alla giornata successiva...











giovedì 6 novembre 2014

REPORT // La nostra 3 giorni al Primavera Club 2014




Non perderò tempo e non lo farò perdere a voi raccontando tutto ciò che ha caratterizzato un ultimo mese e mezzo personalmente rivoluzionario, con tutta la connotazione negativa che porta con se nelle fasi del suo sviluppo e tutti i benefici di cui si spera godere una volta completata; fatto sta che se esisteva un premio che ero certo di meritare questo si chiamava Primavera Club, anticamera ancor più indipendente del nostro Primavera Sound. Tornato a sorpresa dopo i dissapori col comune catalano della stagione 2012 il PC si presentava con un cartello (proporzionalmente) sorprendente e con almeno 8 nomi per cui stropicciarsi gli occhi anche se  a smorzare parzialmente gli entusiasmi e a creare qualche dissapore  ci pensava una fascia oraria molto ristretta e diverse scelte dolorose da adoperare...
Altro ostacolo da aggirare, questo estraneo all'organizzazione, la festa aziendale di Halloween cui era "consigliato" partecipare e che ha mutilato il programma del mio giorno inaugurale. Ma ad ogni problema esiste una soluzione e ad ogni festa un'uscita di sicurezza da cui scappare. Col una scelta dei tempi da veterano giungo al meraviglioso Teatre Principal giusto in tempo per infilarmi nella saletta laterale denominata Teatro Latino (e non mi soffermerò a descrivere le due meravigliose sale citate) per vedere salire sul palcoscenico il giovane britannico William Doyle noto come East India Youth. Abito grigio, cravatta scura e fermacravatta di metallo sono già un biglietto da visita di tutto rispetto ma i venti minuti che il mio programma concedeva superano le aspettative con un'elettronica che in versione live non perde in purezza e classe a partire dalla scontata intro Glitter Recession fino alla più attesa Dripping Down, perla di Total Strife Forever con la quale, ottenuto il minimo sindacale mi dirigo verso uno tra gli obiettivi principali della tre giorni ovvero i Fear of Men. Davanti ad un pubblico che avrei immaginavo più folto il quartetto di Brighton non delude ma neanche esalta eseguendo alla perfezione l'ottimo nonchè sottovalutato Loom con la dolcissima frontwoman Jessica Weiss che mi ipnotizzava con le sue movenze in loop e chi ha visto il "live on KEXP" sa a cosa mi riferisco. Giorno inaugurale racchiuso in poco più di un'ora ma in ogni caso decisamente appagante con l'unico rammarico di non aver assaporato anche solo uno stralcio dell'esibizione del funk, tra elettronico e psichedelico del finlandese Jaakko Eino Kalevi.
Nessun ostacolo invece per il sabato del festival che inizia nella sala Apolo con il duo madrileño elettronico sperimentale Der Panther conosciuti attraverso il recente concerto dei CHVRCHES di cui erano gruppo spalla. Nascosti dentro un cubo in controluce al fine di mantenere l'anonomito e, pare, non rubare spazio alla musica, l'accoppiata della capitale regala un live che come si legge un po' ovunque rievoca i ritmi onirici di Caribou e la folle psichedelia degli Animal Collective anche se più di tutti fa tornare alla mente il recente concerto dei Darkside soprattutto nei cambi di ritmo che caratterizzavano le seconde parti di ciascuna lunga traccia. Con tutte le dovute proporzioni del caso pollice in su. Percorsa Carrer Nou della Rambla in otto minuti contati ci ritroviamo al Teatre Latino a dar sfogo alla curiosità che accompagnava il concerto delle The Coathangers dal momento che sul forum del Primavera se ne decantavano le lodi. Se il debutto omonimo delle compaesane e compagne di merende dei Black Lips (Atlanta) ci sorprendeva piacevolmente per un'attitudine al punk mai banale ed un paio di "pezzoni" il live ergeva il trio al femminile a vera sorpresa del festival. Taglienti, aggressive, totali. La batteria contundente, maneggiata con destrezza da ogni componente scandiva inesorabile 40 minuti di esibizione letteralmente divorati. Non programmato ma perfetto se devi riempire 20 minuti di buco ci sorbiamo la teatralità un po' goffa dei Woman's Hour. Il quartetto londinese pop elettronico risulta certo non sgradevole ma troppo compassato e posato per calamitare la nostra attenzione che è già rivolta ad un altro quartetto ben più incisivo. Il piano è chiaro: godere 20 minuti dei White Lung contando sulla brevità delle tracce e poi catapultarsi da Strand of Oaks. Come ogni piano ovviamente il fallimento giunge inesorabile, o quasi. Problemi tecnici ritardano di 10 minuti l'evento ed io devo accontentarmi di tre tracce con la voce di Mish Way che risulta eccessivamente risucchiata dalla foga strumentale. Nel male quantomeno ho la fortuna di apprezzare due delle tre perle del recente album Deep Fantasy con Down It Goes e Drown With the Monster. Il piano di rientro alla base Apolo invece fila liscio ed il mio ingresso nell'affascinante sala centrale coincide con l'inizio del live di Timothy Showalter aka Strand of Oaks che grazie all'eccelso Heal si è guadagnato una visibilità fino ad ora sconosciuta nonostante altri 3 album all'attivo. Sarà l'inusuale componente elettronica od il fisico non proprio statuario ma a tratti in Timothy rivedo l'alter ego rock di John Grant. L'esibizione ruota quasi esclusivamente attorno alla recente opera e con una resa straordinaria ma ciò che la rende davvero memorabile è la carica indomabile del cantautore di Philadelphia, pubblicamente redento dagli eccessi del passato, mai banale nei suoi interventi e capace di travolgere un pubblico adorante in ogni frangente. Diretto anche quando giunge il momento di abbandonare il palco non utilizza molti giri di parole per confermare la sua presenza al nostro amato festival primaverile. Ed il nostro bis è già in agenda.
Se il nostro resoconto fino ad ora vi sembra trasudare entusiasmo sappiate che il meglio giungerà proprio con il programma domenicale. Spinto dalla curiosità, dall'assenza di alternative convincenti e, ahimè, anche dall'ottima recensione della rivista P4k decido di concedere una chance agli australiani Movement sebbene il poco materiale rilasciato non mi abbia mai convinto appieno. I 35 minuti di live ribaltano ogni giudizio ipnotizzando totalmente il qui scrivente e tutto il numeroso pubblico presente al Teatre Principal. Se la presenza scenica (nonchè l'abbigliamento) ricorda un po' The XX, tutto il resto risulta squisitamente unico: soul elettronico spoglio ma allo stesso tempo vibrante ed incisivo nella sua cadenza ritmica con la voce di Lewis Wade capace di penetrare in ogni fessura presente saturando l'ambiente di un'intimità inattesa ed insperata. Giusto il tempo di fiutare la meritata standing ovation finale e sono già in strada direzione Apolo. L'imminente Club To Club rende sopportabile il forfait per la performance dei Jungle che sarebbe avvenuto in ogni caso dal momento che nella mia personale scala di gradimento l'accoppiata Alvvays/Ought  risulta inarrivabile. I primi, come già successo per i Fear of Men, non hanno che da trasferire in versione live le incantatrici melodie (anche qui un po' sottovalutate dalla critica) del loro ottimo debut album. La voce di Molly Rankin impiega un paio di brani per incontrare il giusto registro dopo di chè snocciolate le diverse perle dell'album il quartetto canadese ci regala un assaggio del nuovo materiale che con un'unica eccezione sembra mancare dell'usuale mordente. Ci pensa in ogni caso il degno epilogo con Archie, Marry Me a rimettere le cose a posto. Mi godo l'ultima portata del Primavera Club como farei con un dessert al termine di una cena abbondante ed impeccabile, ovvero come una sorta di premio. Iniziato con un inusuale ritardo di 10 i canadesi Ought ci ripagano con gli interessi snocciolando in maniera quasi teatrale le diverse perle post-rock di quel signor debut album che è More Than Any Other Day. A sorprendere oltremodo il front-men Tim Beeler: personalità da star, chitarra impeccabile e voce davvero unica nel panorama. Ancora applausi a scena aperta, prolungati oltre modo, quasi a volervi includere tutti coloro che hanno reso possibile la festa che le nostre orecchie hanno ospitato in questi tre giorni davvero troppo rapidi...














lunedì 25 agosto 2014

REPORT // James Blake live @ Apolo di Barcelona


Inutile nascondere un rapporto un po' controverso con il genietto londinese James Blake dalle indubbie, trasparenti, solari (beh, forse solari no...) doti musicali nelle sue polivalenti, eclettiche, ammalianti versioni e ciononostante quasi mai in grado di catturare totalmente, almeno su album, la nostra attenzione tanto che nelle sue precedenti apparizioni al Primavera Sound gli avevamo preferito Daughter nel 2013 (scelta di cui non mi pentirò mai) e qualcun'altro nel 2011 (dovrei andare a scartabellare ma credo che non interessi a nessuno). L'occasione propizia si presenta dunque con la data di Barcelona del passato venerdì (22/08) nella incantevole cornice dell'Apolo (location nota per chi frequenta il capoluogo catalano a fine maggio) sfruttando il doppio appuntamento che prevede la schiera degli adepti alla label 1-800 Dinosaur (Airhead, Dan Float nonchè lo stesso James, fondatore dell'etichetta) in versione dj-set animare la festa fino all'alba. Come costume da queste parti (il concerto d'altronde è targato Primavera Sound) Mr. Blake varca lo stage alle 23.00 spaccate accompagnato da Ben Assiter che prenderà posto alla batteria e Rob McAndrews aka Airhead, alla chitarra e tastiera. Aspetto austero accentuato dall'abbigliamento scuro e solo in parte smorzato da un sorriso abbozzato regala poche ciance al pubblico presente ed un'ora e mezza giusta giusta di musica e sogno.


Chi ha seguito virtualmente le gesta del giovane James nei recenti concerti (soprattutto Glastonbury) non potrà sfruttare il fattore sorpresa dal momento che la set-list subisce variazioni quasi impercettibili seguendo l'usuale ordine di pubblicazione... E così ad aprire le danze ci pensano le creazioni più datate in formato EP con Air & Lack Thereof seguita dalla meravigliosa CMYK, solo leggermente rovinata dall'unico problema audio dell'esibizione e prontamente risolto. Il talento britannico riportava la quiete all'interno della sala tirando le briglie delle sua produzione che ritornava ad offrire melodie più composte e compassate estraendo le prime creazioni dal suo celebre omonimo album di debutto quasi in ordine di comparizione. Giungevano quindi in sequenza Never Learnt To Share, l'acclamata e forse un po' sopravvalutata Limit To Your Love (ma è solo la mia umilissima opinione dal momento che trovavo già esaltante la versione di Feist) ed infine la boniveriana Lindisfarne. Overgrown apriva la seconda parte del live dedicato in gran parte all'album vincitore Mercury Prize 2013 alzando un po' un ritmo che da allora non sarebbe più scemato e mostrando il lato più raffinato ed elettronico del produttore toccando l'apice di canzone in canzone prima con Digital Lion, dalla ritmica allo stesso tempo algida e conturbante ed infine esplodendo con una versione di Voyeur in continua progressione ritmica che gli annali ricorderanno come i 5 (ma potevano essere 10) minuti più esplosivi che la Sala Apolo abbia apprezzato durante quest'annata con l'indomabile Ben a battere sui piatti come solo Edward Grinch dei Bloody Beetroots in trance agonistica ed il sempre elegante James Blake in totale apnea e ciononostante con la schiena dritta così come pretendeva la sua insegnante di piano 15 anni or sono... Basta uno sguardo fugace per la sala per capire che questo era ciò che tutti attendevano. A tenere a livello l'adrenalina ci pensava Life Round Here che chiudeva il ciclo terribile lasciando spazio ad una coda più placida che culminava in una versione molto intima di Retrograde. La vera chiusura del live dopo la classica farsa ci regalava fortunatamente l'immancabile The Wilhelm Scream e infine l'assolo melanconico al limite dello struggente di Measurements vero saggio delle doti compositive a tutto tondo di un artista che, indipendentemente dai gusti, può, anzi, deve essere considerato una tra le migliori realtà del panorama musicale non solo britannico. E l'età è tutta dalla sua parte...








giovedì 24 luglio 2014

REPORT // Il ritorno al Forum per il Festival Cruilla 2014




Varcare i recinti di quello che universalmente è riconosciuto come lo Stato Indipendente del Primavera Sound non può non sortire un certo effetto e personalmente non mi accadeva dalla festa patronale Mercè o (Merced) del 2009, ma il Parc del Forum rimane un parco pubblico aperto e riutilizzabile per diverse manifestazioni, musicali e non. Tra queste il Festival Cruilla, occasione ideale per celebrare il nostro avvento in terra catalana con una line-up perfettamente suddivisa tra ciò che ci garba con Angus & Julia Stone, Damon Albarn e Band of Horses (in perfetto ordine) e ciò che possiamo saltare perchè tiepidi estimatori (Jack Johnson) o assolutamente ignoranti in materia (Macklemore & Ryan Lewis chi??).
Biglietto singolo del venerdì e via alle danze, anche perchè due giorni al Forum in modalità Primavera Sound Off sarebbe stato chiedere troppo ad un cuore già provato dall'espatrio... Lo spazio risulta stravolto e vieta l'accesso in diverse zone riportandoci al PS10 anche se i cinque palchi (Deezer e Estrella Damm i principali) offrono un discreto ventaglio di soluzioni. La puntualità risulta prerogativa catalana ed alle 19.15 spaccate il fratello maggiore della famiglia Stone apre come da programma con il nuovo e davvero fantastico singolo A Heartbreak, primo antipasto dell'imminente prossimo album. La tracklist non lascia spazio a delusione e rimpianti ed offre tutto ciò che da Angus & Julia Stone, perfetti, ci si possa attendere. For You giunge subito a strizzare i nostri cuori, mentre Big Jet Plane come costume viene proposta in versione intima, a velocità dimezzata. Non mancano le due cover più attese con Other Things / Girls Just Want To Have Fun di Cyndi Lauper e Bloodbuzz Ohio dei The National, qualche inedito tra cui Please You e chiusura degna con And The Boys... impossibile chiedere di più. Per i non spagnoli non esiste un'alternativa a Damon Albarn (ed in realtà non dovrebbe esistere in ogni caso...) e così eccoci, 13 mesi dopo la performance al PS14, davanti al leader dei Blur questa volta in versione solista, sempre in gran forma ed apparentemente divertito (probabilmente attraverso canali artificiali) per presentare il suo debutto Everyday Robots, album piacevole ma che lascia qualche perplessità in vista dell'esibizione live. La resa invece è ottima ed il ritmo viene a più riprese rinfocolato con il repertorio proveniente dai diversi side project Gorillaz (Tomorrow Comes Today, Slow Country, El Mañana), The Good, The Bad & The Queen (Three Changes, Kingdom of Doom) e quello meno side, Blur (All Your Life, Out of Time). Tramonto in faccia, birra fresca, temperatura ottima ed un coro gospel a scomparsa sono solo alcuni dei valori aggiunti che vanno ad dopare un finale monstre con la celebre Clint Eastwood a far ballare tutti gli astanti e le due perle del debutto, Mr. Tembo e Heavy Seas of Love che trasformano un'incognita in un concerto da consigliare a chicchessia...
Con il calare delle tenebre giunge anche l'atteso momento per i Band of Horses, cancellati la passata stagione al Primavera Sound e tornati per restituirci quanto dovuto. Con gli interessi. Luna a strapiombo sul palco, noi a pochi metri e Ben Bridwell e compagni in evidente stato di grazie. Se le ultime opere della folk-band nord-americana non risultano all'altezza della fama dall'esibizione live non si evince. I singoli per far illuminare gli occhi non mancano Is There a Ghost, No One's Gonna Love You, Factory, Infinite Arms più le perle The Great Salt Lake e Cigarettes, Wedding Bands e per finire, come è giusto fosse, quel capolavoro senza tempo che è, e sarà, Funeral. Anche qui impossibile aspettarsi tanta grazia. Probabilmente i tempi più dilatati, la mancanza di ansia da prestazione tipica del Primavera Sound (nostra, mica delle band) e la mente meno colma di nozioni, orari e chi-suona-dove-e-quando, sono aspetti che giovano alla percezione del concerto stesso.
Ciò che interessava era ormai alle spalle anche se la nostra scaletta prevedeva ancora un paio di fermate, con la rock band madrileña Vetusta Morla, caldeggiata dagli amici di casa per le proprie tematiche criptiche e appuntamento fisso di tutti i festival iberici e soprattutto coi maliani Tinariwen, passati per il Primavera ma sfortunatamente non incrociati. O per grazia ricevuta visto ciò a cui abbiamo dovuto assistere. Tanto folklore e l'apprezzato palco ATP pre 2013 di nuovo vivo ma di musica neanche l'ombra. Colpa nostra che abbiamo già chiuso i canali recettivi. Ci avviamo verso l'uscita giusto il tempo per notare come dinnanzi al gruppo rap (o di "musica urbana") main-stream portoricano Calle 13, abbondantemente reclamizzato sui canali di (dis)informazione nazionali, ci fosse una folla inenumerabile, a dimostrazione del fatto che il cattivo gusto non risulti una prerogativa esclusivamente italiana...








venerdì 6 giugno 2014

PS14 // Report del sabato al Parc del Forum




La tirata del venerdì non era casuale ma studiata a tavolino visto un sabato dall'avvio volutamente molto easy. Il vero rimpianto rimane l'ex Vivian Girls Katy Goodman ora nota sotto il moniker di La Sera, anche se non sufficiente da temere notti insonni. Sebbene un'occhiata Courtney Barnett l'avrebbe certamente meritata decidiamo di aprire il nostro programma con Dee Dee Penny e le sue Dum Dum Girls. Tracklist che alterna con gusto il meglio delle ultime produzioni anche se, nonostante l'indubbia personalità mostrata, rimane difficile immaginarle in uno scenario che non sia il Pitchfork. Alla fine del live mentre l'esodo verso il Ray-Ban di Caetano Veloso è già iniziato, noi ci limitiamo a girare l'angolo ed esiliarci nel limitrofo Vice per apprezzare i newyorkese Hospitality che a ridosso del festival hanno guadagnato con merito numerose posizioni nella nostra classifica di gradimento. Nonostante il primo pomeriggio si fosse aperto con ben poco rassicuranti boati dal cielo ora il sole ci guarda dritto in faccia, la "barra" di Heineken è dietro di noi a due passi e l'indierock-band snocciola, senza infamia nè lode, le nostre favorite: Friends of Friends, Going Out fino alla fantastica Last Words con cui chiudiamo ed iniziamo la prima traversata del Forum direzione Volcano Choir. L'ottima posizione scovata ci consente di godere appieno dell'ottima performance del progetto statunitense anche se, inutile nasconderlo, gli sguardi indugiano quasi esclusivamente sul genio di Justin Vernon che ci propina lo spettacolo da dietro una sorta di pulpito che lascerà solo per i saluti di rito. Ad entusiasmare sono certamente più le perle del recente Repave che non le tracce dell'album d'esordio. Cio che è palpabile è come il progetto Volcano Choir abbia assunto un ruolo centrale nel cantautore del Wisconsis, idea rafforzato dai due nuovi brani, Valleyinaire e The Agreement, presentati ora anche al pubblico del Primavera... 





Il programma ancora una volta non lascia dubbi: l'obbiettivo è il live di quel fenomeno di Dylan Baldi ed i suoi Cloud Nothings che ci permetterà, cammin facendo, anche di godere di un pezzo di storia del post-rock con una buona mezz'ora dei canadesi Godspeed You! Black Emperor, fenomenali come narrano le cronache. Giungiamo al Vice spaccando il secondo ed un altra manciata sono sufficiente per capire che siamo nel posto giusto e ci attenderà un'ora da delirio. La resa è ottima e Dylan tiene botta fino all'ultimo respiro regalando, ad eccezione di Our Plans, tutte le perle che chiunque amante del trio di Cleveland avrebbe voluto sentire ed urlare e la chiusura con Wasted Days è solo la ciliegina sulla torta...
Sfuggendo alle scelte di massa decidiamo di iniziare le danze con largo anticipo puntando decisi verso il live set dei Genius of Time impegnati all'igloo del Boiler Room ma con discreta sorpresa, nonostante il live dei NIN ed i Mogwai pronti a salire sul palco troviamo uno stage pieno all'inverosimile e davvero invivibile... Tra NIN e Mogwai puntiamo allora diretti sulla band scozzese memori del mirabilante live del 2011 ed a quanto pare non siamo stati gli unici a pensarlo dal momento che l'ATP si presenta pieno come mai prima in questa edizione. Quanti buongustai in così poco spazio... Ci regaliamo solo 6 brani ma la presenza dell'occasionale Luke Sutherland, l'intramontabile I'm Jim Morrison, I'm Dead e la personale chiusura con l'amata Rano Pano sono note sufficienti per incamminarsi tronfi verso la spianata a sud del recinto. I 20 minuti di Nine Inch Nails che ci regaliamo confermano uno stage ben lontano dal sold-out ma anche una carica di vibrante energia, più elettronica che elettrica che forse meritava una chance, ma la vita è lunga e Trent sembra ancora sul pezzo... Con tutta onestà, forse traviato anche dal recente riconoscimento Best Live Act, era proprio quello dei Foals il concerto più atteso della giornata. Ben lungi dall'uscirne insoddisfatto perchè dal vivo ci sanno davvero fare e la sfrontatezza del frontman Yannis Philippakis catalizza l'attenzione come pochi, il concerto lascia un non-so-che di non finito... Nonostante la direzione intrapresa dalla band sia chiarissima nell'ultimo Holy Fire mi attendevo una resa più marcatamente elettronica che è venuta a mancare così come quella Electric Bloom di cui, di quella rotta, ne era il simbolo.





Direzione Cut Copy ci fermiamo per la coda dei Chromeo al Ray-Ban ed il dubbio di esserci perso qualcosa di molto carino... Tra gli eventi synth-pop il quartetto australiano era riuscito con una cavalcata inattesa a conquistare il gradino più alto del podio e le aspettative fortunatamente non tradiscono, regalandoci un concerto stilisticamente certo non memorabile ma via via sempre più coinvolgente trascinato dai suoi motivetti accattivanti ed dalla consepevolezza nei presenti di essere dinnanzi ad una tra le ultime occasioni per liberare la propria frenesia ed irrequietezza...
Chi aveva la mente sgombra ed i muscoli caldi ci parla di un Daniel Avery in grado di fare impazzire l'ultima al Pitchfork; noi molto più di quello che restava in corpo lo regalavamo invece al set finale del padrone di casa Dj Coco, fatto di perle dei passati PS, classici intramontabili e qualche mix un po' naif. Il sole infine arrivava e rivelava i volti consumati dalla stanchezza, comunque sereni ma già rigati da quella malinconia di chi sa che per gioie di questo tipo il conto alla rovescia è lungo un anno...




Venerdì              

giovedì 5 giugno 2014

PS14 // Report del Venerdì al Parc del Forum




Oggi Gabi e tutta la brava gente dell'organizzazione ce l'ha combinata davvero sporca piazzando due nomi fortemente attesi nelle primissime ore del pomeriggio. Ci fosse stata solo la bella Julia Holter ce ne saremmo fatti una ragione come la passata stagione con Pantha Du Prince and the Bell Laboratory puntando alla pennica lunga per tagliare il traguardo delle 6 del mattino, ma con l'ottimo Mas Ysa a portata di mano, pronto a dare cassa (con raffinatezza) già dal primo pomeriggio la tentazione ha infine prevalso. Eccoci quindi, spaccando il minuto delle 16.00, rilassare i nostri glutei nello splendido scenario dell'Auditori (Rockdelux) per godere dello spettacolo dell'artista losangelina che nel 2012 ci esaltò con Ekstasis e a distanza di solo un anno si conferma (o quasi) con Loud City Song. Teatrale lei, decisamente teatrale la location e anche lo spettacolo offerto avrebbe meritato il classico libretto, almeno per seguire i vaneggiamenti fuori onda di Julia comunque davvero impeccabile nella scelta dei brani e nell'esecuzioni. Si esce soddisfatti e, sole in faccia ci si burla delle previsioni meteo come al solito così pessimiste e disfattiste... Lo spostamento dei John Wizards all'Auditori un po' ci tenta ma alla fine il richiamo di Mas Ysa vince e tempo una sosta birra ci troviamo dinnanzi alla scoperta di Pitchfork che gli regala il debutto sul proprio palco. Bastano pochi istanti affinchè il producer decida di caricare Look Up (non presente nell'EP Worth) facendo illuminare il volto dei 50 presenti nonostante l'affacciarsi delle prime nubi. La voce tremula accompagna tutto il set e noi, presentatasi l'occasione, ci regaliamo un bel selfie con il paffutello statunitense nel retro dello stage. Il percorso che conduce dal Pitchfork all'Heineken stage, teatro del live di John Grant, è sufficientemente lungo per capire che la tragedia era imminente e forse, in prospettiva, il cantautore del Colorado era sacrificabile alla causa... Si rientra in Auditori giusto in tempo per evitare il bis dell'umidissima serata del mercoledì e qualche minuto prima dell'ottima, asciutta e rilassante esibizione di Mick Harvey performing Serge Gainsbourg, invero poco preparata ma non per questo di minor impatto. All'uscita, col sole a picco e un "arco iris" a tagliare in due il litorale catalano, insieme alle maledizioni dei nostri compari giungono anche le ottime recensioni dell'evento Grant, anche se poi è sufficiente un'occhiata alle loro fradice braghe per far implodere ogni rimpianto: next time...
Uno tra gli appuntamenti riempitivi si rivela invece essere di grande effetto con le sorelline HAIM che sparano cartucce inattese e ci regalano un live senza punti deboli, con una vena rock che non avremmo immaginato e tutte le hits dell'esordio Days Are Gone scaricate come se il mondo dovesse fermarsi a minuti, tanto che per un istante avevo quasi dimenticato il motivo per cui il venerdì era uno dei giorni cerchiati più volte in rosso sul calendario... Con tutto il grandissimo rispetto per le numerose star della giornata, l'unico evento davvero storico era rappresentato dal ritorno, a distanza di un ventennio, dello shoegaze trasognante ed eterno degli Slowdive. Tutto sembra essersi fermato ed il tempo pare aver riservato un sortilegio alla band di Reading che si ripresenta con lo stesso tocco ed il timbro della voce immutato. La venerazione è palpabile ed il concerto viaggia nel silenzio più rigoroso e rispettoso, come mai successo prima, annebbiato solo dalle lacrime (ok, faccio outing) che scorrono durante Machine Gun...





Senza la mitica Kim Deal, con l'immagine del concerto inattaccabile del 2010 e con un ultimo album dei Pixies, diciamo, ehm... discutibile, la scelta per il proseguio della serata ricade sui The War on Drugs di Adam Granduciel, con una passeggiata che mi regala per intero la coda del concerto di Sharon Van Etten che suppongo, vista l'ora, abbia chiuso con Every Time The Sun Comes Up. Ad attendermi un bella notizia con il concerto dei TWOD fermo ai box per problemi tecnici. La brutta notizia sarà che ai box ci rimarremo ancora una ventina di minuti, anche se, a ripagarci sarà uno tra i live più diretti e dalla miglior resa dell'intero programma. Tra le scelte fatte a priori non figura nella nostra lista il concerto dei The National nonostante un apprezzato ultimo album ma con nella mente il live del PS11 davvero non indimenticabile (e a quanto pare questo non ci è andato troppo distante). Si decide di girovagare tra The Growlers, Deafheaven e Slint in attesa di quello che potrebbe essere il live del festival così come la più fragorosa delle delusioni. Sapranno i Darkside autori dell'ottimo Psychic adattarsi allo stage Ray-Ban e regalarci un concerto dance psichedelico o finiranno per ammorbarci specchiandosi nella loro classe? Se dico che Nico (Jaar) e Dave (Harrington) mi hanno regalato il concerto più sorprendente del PS dovrei darvi un indizio... Bello alla vista, compassato ad ogni inizio brano per poi esplodere in coda ad ogni traccia per l'occasione rivista e corretta per esaltare i gusti anche dei palati più fini ed esigenti.





Ne usciamo risollevati nell'animo e pronti a cogliere tutto ciò che SBTRKT può offrire ai nostri sensi esaltati ed ancora ribollenti... Il producer britannico però, per una personalissima legge del contrappasso ci regala il live più penoso della storia del Primavera Sound (ed i miei incominciano ed essere abbastanza). Se è vero che i problemi tecnici certamente toglievano un po' di ritmo all'esibizione è ancor più vero che Aaron Jerome nulla faceva per svoltarne le sorti... Per lui si prospettano le porte dell'anonimato. Per fortuna il nostro carico di aspettative è già fremente in attesa dei trio dance psichedelico australiano Jagwar Ma a cui è bastato solo l'album d'esordio per meritarsi la vetrina del Ray-Ban versione 3.00 a.m... Tutto quello che era mancato l'ora precedente ci frana addosso ora con 60 minuti (scarsi) di energia ipnotica e vorticosa e diverse tracce da cantare a squarciagola (Come Save Me, The Throw) o ballare senza sosta (What Love, Four). Se avevamo ancora delle forze tagliato il traguardo delle 12 ore il trio di Sydney ce le estirpa e noi non facciamo davvero nulla per ostacolarli. A chiudere ci sarebbe l'apprezzato Pional al Pitchfork ma ci accontentiamo di una mezz'ora con il veterano Laurent Garnier che ci conferma con educati colpi di cassa che per oggi siamo davvero arrivati...




Giovedì                     Sabato                  

mercoledì 4 giugno 2014

PS14 // Report del Giovedì al Parc del Forum




Dopo il trauma da nubifragio del giorno precedente, che in ogni caso non ha intaccato lontanamente l'umore della nostra compagnia ma si è limitata al massimo a lasciare sul campo diverse paia di calzini ed a spiegazzare il catalogo della kermesse, gli occhi indugiano comunque più del dovuto sulle applicazioni meteo dei nostri dispositivi iOS nella speranza confermino le previsioni che indicavano il giovedì come giorno a basso rischio calamità... Nella mente il programma era chiaro, sognato ed agognato e carico di dettagli quasi come un dipinto: la colonna sonora che apriva le danze del nostro festival avrebbe dovuto essere opera dei Real Estate, col sole in faccia a corteggiarci, la brezza marina ad accarezzarci ed una prima bionda media a dissetarci. La realtà ci regalerà una copia perfetta dei nostri sogni e la indie folk band del New Jersey finalmente dinnanzi a noi al terzo tentativo: concerto non travolgente ma privo di pecche e la tanto attesa It's Real a regalarci il primo brivido della giornata. Settati in modalità risparmio energetico rinunciavamo al promettente live in Auditori del connubio A Winged Victory for the Sullen, non senza rimpianti, per immergerci lentamente nell'atmosfera sfilando di palco in palco a partire dal folk più dimesso e meditativo dei Midlake, sterzando poi nel punk-rock underground degli olandesi The Ex per ritornare poi in modalità fiesta con gli Antibalas in sottofondo. L'obbiettivo dichiarato di questo girovagare era l'intimo live dei Majical Cloudz ad inaugurare la prima delle consuete numerose sortite allo scenario Pitchfork. Devon Welsh ci appare così come lo abbiamo visto nei video, stessa compostezza, stessa voce calda e profonda ed anche stessa uniforme (pantalone nero e t-shirt bianca). L'esibizione ci distrae sufficientemente dal dimenticare per una mezz'ora la prima sofferta scelta ad attenderci al varco. Alla fine vince il richiamo della splendida Annie Clark alla comodità ed alla curiosità che varrebbero una sosta in attesa dei Future Islands. La scelta e la traversata del recinto del Forum ci premiano appieno regalandoci un live che a bocce ferme si guadagnerà il gradino più basso del podio. St. Vincent è classe, fascino, personalità ed il repertorio è sublime (cosa comunque nota) e snocciolato con trasporto e teatralità da diva navigata.





Il ritorno al Pitchfork è sufficientemente rapido da permetterci di toccare con mano l'esibizione dei Future Islands con la voce di Samuel Herring che esplode tutto ciò che resta della sua laringe nell'ottima Long Flight mostrandoci anche qualcuno dei suoi passi che lo hanno reso celebre. Mentre il popolo migra verso QOTSA noi prendiamo posto per godere con CHVRCHES di una tra le migliori realtà al debutto in questo Primavera Sound e non ci sorprende affatto che a pensarla come noi siano altre numerose centinaia di persone... Finalmente dopo averla scorta da lontano ad aprire i Depeche Mode a Milano ora Lauren Mayberry è lì a pochi metri, bella dolce ed apparentemente timida ma pronta a farci ballare con un decina di hits estratte dal fenomenale debutto synth-pop a cui, in verità, manca Tether, una tra le più attese e frenetiche... Non c'è tempo per la delusione perchè questo è il momento in cui chi non ha ancora raggiunto la spianata dei Main Stages si appresta alla transumanza per assistere a quello che risulterà per distacco il concerto più seguito dell'intero PS, tanto che persino la grande piazza a sud del recinto risulterà quasi inadeguata. Chi è innamorato perso degli Arcade Fire dai tempi di Funeral rimarrà diviso tra la delusione per l'esplosione quasi mainstream del fenomeno e la soddisfazione nel vedere la propria creatura degnamente esaltata, il che almeno conferma la vittoria della meritocrazia in almeno una delle sfere della nostra società. Si apre con Reflektor e gli occhi si fanno lucidi a più riprese con le diverse Neighborhood (Tunnels, Laika e Power Out) con l'intramontabile No Cars Go, la meravigliosa Afterlife fino alla perla di The Suburbs Sprawl II con cui abbandoniamo Butler e soci e la fiesta finale perchè sì, il Primavera Sound è fatto anche di compromessi e ci sono i Moderat ad attenderci... e metti che inizino il live proprio con A New Error... Lungo il tragitto attraversiamo il concerto dell'icona soul Charles Bradley giusto il tempo per sentire proferire la parola "love" un decina di volte e renderci conto che per migliaia di persone de gustibus non disputandum est, e gli AF non godono di stima universale...





Giunti all'ATP con già qualche centinaia di persone in attesa attendiamo solo un paio di minuti per sentire carburare la più attesa delle tracce (in versione extended) quasi il trio tedesco volesse premiare i propri irriducibili. Il concerto carico di adrenalina scorre veloce alternando, come i due album, minuti coinvolgenti ad altri più rilassati ma di qualità immutata. Chi ha rinunciato ai Disclosure (che tra Torino e Barcelona in 12 mesi saranno a tiro ben 4 volte...) incomincia a giungere solo a metà live mentre il Ray-Ban diventerà per la maggioranza dei festivaleros notturni punto obbligato di incontro (nonostante le ottime alternative Julio Bashmore, Lunice e Lasers) per il live dei Metronomy che inaspettatamente inizia di gran carriera spegnendosi di minuto in minuto nonostante la pioggia di perle proveniente da The English Riviera, il chè conferma l'incostanza, non solo creativa, della band di Joe Mount. Quasi terminate le cartucce ci regaliamo una mezz'ora in compagnia di Jamie XX nella speranza, alla fine disattesa, di rivivere le stesse emozioni dell'ultimo singolo Girl/Sleep Sound e delle creazioni più recenti. Il live è eccessivamente lento e le tossine della giornata non stimolate a dovere iniziano a depositarsi e ci invitano ad un ritorno anticipato anche in virtù del primo spettacolo del venerdì che ci inviterà a timbrare il cartellino al Forum già dalle 16...




Mercoledì                   Venerdì              

giovedì 29 maggio 2014

PS14 // Report del Mercoledì al Parc del Forum




Giunti con l'idea di bagnare il nostro Primavera Sound con l'offerta, ottima, del mercoledì al Parc del Forum, aperto come di costume gratuitamente, ecco invece il festival catalano cambiare le regole del gioco offrendoci un mercoledì bagnato, a tratti fradicio al limite dell'impraticabilità... Cose da festival, niente di più cui i nostri compagni britannici sembravano più abituati e noi un po' meno visto che nell'ultimo lustro ad eccezione di una domenica del 2012 in cui un nubifragio ci negò l'atteso concerto di Yann Tiersen di gocce se n'erano viste davvero poche.  
Si apre comunque con i Temples autori di un ottimo esordio, Sun Structures, che provano a scaldare l'ambiente riproponendo tutte le migliori tracce dello scarso repertorio, riscuotendo un discreto riscontro da un pubblico comunque più attento ai movimenti celesti che al palco. Il disastro ambientale era palpabile ed imminente e si scatena con l'ultima traccia del quartetto del Northamptonshire. Il nubifragio oltre a generare come spesso succede un'immediata empatia con i colleghi di sventura, da qualunque zona della terra essi provengano, fa slittare di mezz'ora i concerti a venire. Perfetto per una cena senza fretta, pessimo per chi pensava di tornarsene in metro che ora chiuderà in concomitanza con l'ultima esibizione...
Che questo sia la stagione di consacrazione di Stromae lo dicono anche gli astri tanto che il più vicino a noi torna a splendere giusto alla prima nota dell'artista belga. In parte Stromae rappresenta l'antitesi del Primavera Sound con il suo essere star radiofonica nonchè essenza del mainstream accompagnata da un repertorio certo non particolarmente ricercato nè, aggiungiamo noi, così gradevole. Detto ciò i 45 minuti che seguono elevano l'artista ospite dell'ultimo Festival di Sanremo a vero animale da palcoscenico in grado di catturare anche gli astanti più diffidenti. I numerosissimi proseliti invece apprezzano in toto e si esaltano agli inni più noti, da Formidable e Tous Les Memes chiudendo con Papaoutai. In attesa di Sky Ferreira il tempo torna a farsi minaccioso regalando una pioggia fine e regolare fino a chiusura dell'evento. E' così che sotto le gocce accogliamo una delle star del festival. Impatto davvero negativo con l'artista californiana apparentemente svogliata (i malpensanti userebbero altri termini) mai al passo con l'accompagnamento musicale ed in continua polemica con i tecnici del suono. Dopo 20 minuti sottotono il concerto svolta con la cantante e modella che lascia il palco e affronta personalmente il problema. Svelato l'arcano con la povera Sky a gestire fino a quel momento il concerto senza ritorno audio si incomincia a fare sul serio con la splendida doppietta I Blame Myself e Lost In My Bedroom a regalare i primi veri brividi di piacere. A chiudere la serata tocca agli Holy Ghost! che offrono un inatteso live da band a tutto tondo con tanto di basso, chitarra e batteria e percussioni disseminate per il palco. Il suono esce pulito e le tracce rendono come e meglio dell'album con i singoli Okay, Dumb Disco Ideas e Do It Again a riscaldare l'intrepido ed infreddolito popolo del Forum. 
Per la serata Jamie XX & Friends bisognerà attendere ulteriori fonti dal momento che i nostri inviati catalani ci annunciavano un coda infinita per l'evento scoraggiando in maniera definitiva i nostri ardori... Never Mind...





                                                                                                                            Giovedì

lunedì 11 novembre 2013

C2C13 // Le 10 meraviglie del Club To Club 2013





Ed eccoci qua a raccontare la cronostoria del nostro Club To Club sotto forma di classifica degli eventi che, se avevate il vostro bel biglietto, proprio non dovevate perdervi... Un presupposto è d'obbligo: il nostro piccolo ma onorevole blog fa della musica una passione sterminata e non un lavoro quindi la qui presente chart si basa su ciò che più abbiamo apprezzato con i nostri occhi di questa tre giorni (quattro veramente, anzi cinque se calcoliamo anche la preview di Mount Kimbie, fuori concorso) e non su ciò che è stato detto o decantato. Chiariamo a priori che i vari Andy Stott (unico grandissimo rammarico), Nina Kravitz, Rustie (perso per la terza volta, due C2C ed un PS...) non compaiono solo per motivi di mera sopravvivenza o di scarsa attitudine alla bilocazione. Detto questo...



tEN // Koreless

Catapultati all'Hiroshima attraverso la porta spazio-temporale che univa le due location del venerdì ci troviamo con leggero ritardo dinnanzi alla giovane stella del post-dubstep britannico. Sebbene la Sala 2 probabilmente non rendesse giustizia al giovane omone Galles (ma con base Glasgow) tanto per dimensioni (ed il forfait di Todd Terje non ha certo agevolato) quanto per acustica, le sonorità ipnotiche, fatte di lievi sospensioni e collage vocali ridotti all'essenziale ci entrano dritte nell'animo ancor prima che nelle orecchie. Ci congratuliamo con Roberts Lewis che ci ricambia con un largo e prolungato sorriso che lasciava intendere quanto la soddisfazione fosse tanto nostra quanto sua...



nINE // Machinedrum

Difficile valutare l'operato live di Travis Stewart alle quattro del mattino del terzo giorno e dopo essere passato sotto il treno in corsa dei Modeselektor ma se i cinque minuti che volevi regalarti con Machinedrum si trasformano in dieci, quindici e poi mezz'ora, tutte le aspettative che accompagnavano il più metropolitano dei dischi drum'n'bass di ultima generazione non sono state disattese sconfiggendo stanchezza, acustica non ottimale, nebbia e condizioni atmosferiche improbe...



eIGHT // Fuck Buttons

Dopo la mezz'ora iniziale nel Primavera 2010 e quella finale dello scorso maggio ecco finalmente per intero il duo più atteso e per di più direttamente nel salotto di casa mia. Ma se l'amore è cieco certamente non è sordo e la performance degli autori dello splendido Slow Focus non è perfetta ed in realtà mai lo è stata. Le percussioni live aggiungono un ingrediente in più ad un'esibizione fatta di droni a forma di saette chilometriche e poco della mano del duo from Bristol. Se poi continuano ad ostinarsi a non premiarmi con Lisbon Maru è ovvio che il podio rimanga una chimera...



sEVEN // The Field

La musica davvero buona è per pochi il chè giustifica le poche centinaia di persone che hanno potuto godere della consolidata formula fatta di loop estesi e variazioni minime ma sufficienti a gettarti in uno stato di catarsi cui The Field a scadenze fisse ci ha ormai abituati ed invero un po' viziati. Anche se Alex Willner non è certo un "one man show" trascina folle sa certo come metterti a tuo agio  soprattutto se le location sono il Buka di Milano e l'intimo spazio del Motor Village quasi a rendere il concerto una sorta di opera contemporanea site-specific. Un'oretta risulta sempre poco ma sufficiente per proporre 4 tracce del recente Cupid's Head più una manciata di classici per intenditori...



sIX // Factory Floor

La sorpresa che non ti aspetti. Tanta gavetta molti singoli e finalmente il primo album (omonimo) a premiare anni di sforzi. Tutt'altro che apprezzati nel Primavera Sound 2011 il trio post-industial sbalordisce con un live incredibile di solo cinque interminabili tracce tra cui i singoli Fall Back e Turn It Up in versione estesa (sebbene già di loro non propriamente brevi...). Il genere risulta poi adattarsi in maniera naturale nella splendida cornice delle OGR, uno dei punti forti di questo C2C13 che ci auguriamo possa consolidarsi negli anni. Se ciò non bastasse, avere al proprio fianco James Holden con cui condividere il live del trio londinese può risultare un valore aggiunto non di poco conto...



fIVE // Forest Swords

Non certo un evento mainstream ma ugualmente da molti considerato imperdibile soprattutto dopo l'ottimo recente ritorno di Matthew Barnes con Engravings, personalmente una tra le opere migliori di questo 2013. La solita apprezzata location dell'auditorium della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ci obbliga a causa della scarsa capacità ad arrivare con lauto anticipo. L'attesa ci ripaga con gli interessi e l'erede di Kuedo che qui sempre di sabato suonò nella passata stagione ci offre accompagnato da basso, a dir vero ben poco invasivo, una rivisitazione molto personale del genere ambient in chiave dub e/o dark senza tuttavia privarci di alcune perle tra cui a risaltare è Miarches, il singolo più noto di Dagger Paths...



fOUR // Modeselektor

L'orario era certamente dalla loro potendo attingere sia dal pubblico talabot-tiano sia dagli amanti delle ore piccole ed in attesa delle tetre e calde sonorità di Andy Stott ma il duo di Berlino è andato oltre ogni più rosea previsione non facendo rimpiangere l'assenza di Sasha Ring e dimostrando una volta di più il perchè Thom Yorke straveda così tanto per loro. La performance di Gernot Bronsert e Sebastian Szary è travolgente e coinvolgente fatta di ritmi galoppanti e corredata da loro grandi classici e perle senza tempo come la That G-String Track di Schlachthofbronx proposta a fine sessione. Idealmente la festa di fine evento.



tHREE // Jon Hopkins

Pochi dubbi, il live più atteso. La curiosità di vedere tradotto in versione concerto uno tra gli album più travolgenti dell'anno aveva reso denso di attesa il vuoto spazio delle OGR. Beh, le aspettative non sono state disattese ma certamente suonare tre minuti dopo l'impressionante live di James Holden può aver tolto un briciolo di lucidità ad un pubblico ancora frastornato (io tra questi). Solo qualche minuto di empasse e la magnificenza di Immunity si mostra in tutto il suo fascino strisciante e conturbante. Attimi di dolci quanto melanconiche melodie incantate si alternano a rincorse battenti e mordenti. Dopo James Holden con Jon Hopkins il mondo poteva fermarsi lì.



tWO // Four Tet (aka Burial)

Vogliamo parlare dello stratosferico live rivisitato di Kieran Hebden che è riuscito a far brillare gli occhi anche ad un suo fan fino a ieri solo discreto o vogliamo parlare del fatto che Four Tet è Burial. Questo almeno ha fatto intendere il produttore londinese facendo comparire sullo schermo, circa a metà sessione, il nome di Burial quelle tre o quattro volte sufficiente per sbigottire gli amanti dell'enigmatico genio del 2-step (ed eccomi di nuovo lì). Il sorriso birbante di Kieran a domanda precisa a molti è parsa un'ulteriore conferma indiretta. La palla passa a William Bevan, se ci sei batti un colpo...



oNE // James Holden

Nessun dubbio Mister Club To Club 2013 è lui, James Holden. Probabilemente già solo per i due eventi presi singolarmente avrebbe potuto tranquillamente occupare il posto d'onore nella nostra personalissima classifica. La somma delle due lo ha nella realtà dei fatti trasformato in un'icona di questo festival. Non poteva certo chiedere una cornice migliore del Teatro Carignano per presentare l'incredibile live di The Inheritors, da lui abilmente orchestrato accompagnato da una batteria perfettamente in sintonia e con una sapiente selezione di tracce per un'opera a tratti meramente sperimentale. Da stropicciarsi occhi ed orecchie. Per quanto concerne il venerdì ecco un James Holden semplicemente impeccabile, sempre sorridente e goduto rendere omaggio al festival snocciolando temi di artisti presenti tra cui Koreless, Four Tet e per concludere la sua meravigliosa The Caterpillar's Intervention vero inno di questo meraviglioso #C2C13





lunedì 27 maggio 2013

PS13 // Report del sabato al Forum
















L'annuncio della cancellazione dei Band Of Horses cui veniamo al corrente durante il concerto di The Knife ci sorprende ma non ci sconforta dal momento che i sostituti saranno i Deerhunter che contro The Postal Service hanno perso solo al ballottaggio e per pochi punti. L'inizio del sabato invece subisce un leggero cambio di rotta che ci porta a godere, comodi ed al caldo, la performance di Apparat, capace di ricreare appieno le sensazioni della sua ultima creatura dinnanzi ad un Auditorium che si riempie in quasi ogni ordine di posto. Quindi ecco Bradford Cox, Lockett Pundt e compagni nuovamente dinnanzi a noi dopo lo show del 2011. Live impeccabile con grande attenzione incentrata sull'ottimo Monomania senza privarci dei grandi classici, tra tutti la splendida Desire Lines... Pausa cena giusto il tempo di vedere Robben infilare in rete e riportare la Champions League a Monaco di Baviera e senza grandi aspettative ci troviamo al cospetto dei numerosi Wu-Tang Clan che in meno di 5 minuti riescono ad assorbire la nostra attenzione ed a far emergere il nostro substrato hip hop. E' tempo di staccarsi per riversarsi dinnanzi al Pitchfork in attesa di Dan Deacon che come costume oltre ad artista di sicuro valore si rivela gran intrattenitore di folle per un'ora di coinvolgente elettronica sperimentale e spettacolo. Mentre altrove Nick Cave catalizza la maggior parte degli ingressi noi preferiamo restare in zona per godere di buoni venti minuti di The Babies e, giusto il tempo di sentire la piu' attesa Mess Me Around, eccoci pronti per uno dei live piu' attesi con Liars che ci regalano 30 minuti di esaltante rock elettro-sperimentale per poi abbassare un po' il ritmo nel finale o forse siamo noi gia' distratti dell'evento che segue. Non eravamo certo i soli a pensare che Crystal Castles avrebbe dato filo da torcere a My Bloody Valentine, ma immaginare il palcoscenico Ray-Ban pieno in ogni ordine di posto al limite della congestione era impensabile. Nessuna tensione per Alice Glass e Ethan Kath che mandano in visibilio l'intera arena in un live tanto intenso quanto breve (o rapido). Il meglio del repertorio (di tutti e tre gli album) con l'intermezzo sperimentale offerto da una Alice sempre in gran forma. Si pensava di decongestionare con il piacevole pop elettronico sobrio e delicato degli Hot Chip ed invece ecco probabilmente la miglior esibizione del Primavera Sound 2013, inattesa come spesso succede. L'allegro quintetto londinese ipnotizza tutti i fortunati presenti e piazza con Flutes ed Over And Over la miglior doppietta del festival. Senza parole e con le ultime energie residue eccoci dinnazi al duo elettronico catalano ed i suoi numerosi affezionati. The Suicide Of Western Culture confermano le attese e riescono a rendere il loro ultimo album un godibile prodotto da live. Sebbene in riserva ci spingiamo fino al Ray-Ban dove ad un dj Coco finalmente degno del ruolo spetta il compito di chiudere un festival salutato dal palco anche dagli organizzatori. Ambiente festoso da ultimo giorno di scuola che si trasforma immediatamente in malinconico con Don't Stop Believing, traccia a chiudere un evento che se non forse #thebestfestivalever rimarra' certamente indelebile nella nostra mente...

(Report del venerdi')





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sabato 25 maggio 2013

PS13 // Il report del venerdi al Forum


Quando arrivi al Forum e ti dirigi in leggero ritardo verso il distantissimo palcoscenico dell'Heineken e ti posizioni nello stesso momento in cui Kurt Vile scaglia la prima nota di Jesus Fever allora ti rendi conto che il Primavera Sound e' l'evento in cui nulla succede per caso... Artista vero, poche chiacchiere e grandissima prestazione per indirizzare la giornata del venerdi nel modo giusto. Scelta di cuore per il secondo appuntamento con i nostri Honeybird & The Birdies (magari un giorno tocchera' anche a Merchandise e Peace) che in pochi minuti con i loro meltin-pot di suoni accattivano i passanti, riempiono la pista e soprattutto scaldano gli infreddoliti astanti. Applausi meritati e poi di nuovo all'Heineken dove la rivelazione del 2012 Django Django sollazza il numeroso e sempre piu' crescente pubblico con il loro pop tra elettronico e spaghetti western che cosi' facilmente aveva creato dipendenza nelle nostre orecchie. Oggi si mangia nei ritagli di tempo. Il lungo cammino verso lo scenario Primavera ci conduce ai The Breeders che ci accogono, anche se solo in lontananza, con la pregiata Cannonball. Il resto e' Last Splash... Come gia' anticipato per noi future-oriented, Local Natives batte per distacco The Jesus & C. e non delude le attese. Non saranno mai dei fenomeni ma dal vivo sanno il fatto loro e ci regalano tutte le perle piu' attese dei loro due album. Ora si entra davvero nel vivo e la piacevole sorpresa che accompagna le folla incredibile (non adatta allo stage Vice) per Daughter rubata al talento James Blake rende il concerto ancora piu' sorprendente cosi' come l'ilare emozione, quasi commovente, che accompagna la performance della cantante Elena Tonra. Solo 10 minuti con Doldrums per avere la conferma che live sanno davvero rendere al meglio le loro altalenanti produzioni e poi anche noi seguiamo l'onda umana che ci condurra' in quello che "universal"mente viene riconosciuto come l'evento imperdibile del Primavera Sound 2013. Girls & Boys e' la traccia (nota da tempo) d'apertura di uno splendida esibizione in cui a Damon viene concesso di tutto compresi un paio di lapsus e l'impossibilita' per le sue non piu' fresche corde vocali di raggiungere l'apice di un tempo. Se al Coachella sembrava un po' compassato, sul palco dell'Heineken si dimostra a perfetto agio e ci regala un'ora e mezza, scarsa, di tutto il repertorio della ventennale band londinese. Le scorie del giorno precedente incominciano ad emergere ma il richiamo scandinavo echeggia e ammalia e ci troviamo dinnanzi al controverso show del duo svedese de The Knife con una vaga idea di cio' che possa attenderci. Forse saranno state le perplessita' ed il low profile iniziale ma bastano pochi minuti (e la sequenza ben chiara dei brani) per esserne completamente rapiti fino all'ultimo atteso brano, Silent Shout. Il nostro fisico ci richiama all'attenzioni e le successive esibizioni di Daphni e Disclosure non rientrano tra le priorita' soprattutto in considerazione della giornata elettronica che ci attende per la giornata conclusiva...

(Il report del Giovedi`)

(Il report del Sabato)





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venerdì 24 maggio 2013

PS13 // Il report del Giovedì al Forum



Riordinare i pezzi dopo una 12 ore di full-immersion musicale, coinvolgente, esaltante, emozionante e chiaramente, anche estremamente stancante, non sarà facile ma non possiamo assolutamente esimerci dal condividere le meravigliosi sensazioni che hanno accompagnato la nostra prima giornata ufficiale al Parc del Forum. Breve premessa per la nostra altrettanto breve parentesi del mercoledì dove tra un arrivo un po' tardivo nel capoluogo catalano ed il classico iter dedicato al ritiro della pulsera e delle nostre entrate, alla fine abbiamo potuto godere (nessun termine poteva calzare meglio) solo dello splendido live, intenso e davvero carico di energia dei The Vaccines, attesi da un paio d'anni e capaci di rendere uniche anche le tracce un po' scarico del loro ultimo album. Dieci minuti dedicati ai nostri Foxhound giusto per capire che il talento è di casa e poi serata al Born con i compagni di avventura catalani a pianificare almeno la giornata inaugurale.
Un peccato saltare i Poolside per un perfetto inizio soft-dancereccio ma il richiamo di Wild Nothing era assordante, così come la Shadow che ci abbraccia a concerto appena iniziato e Nocturne che ci culla come meglio non avremo potuto sperare. Oggi ci sarà da camminare, già messo in conto, per cui rotta verso la sorpresa del mese, The Savages con il gradito incontro con gli amici di Radio Bandalarga. Il quartetto inizia alla grande fino all'intoppo chitarra che tiene in stand-by il concerto per una decina di minuti gestiti molto bene e poi si ricomincia ma per noi è tempo di foto di rito e poi eccoci davanti agli amati Tame Impala. La band australiana di Kevin Parker si dimostra a grandissimo agio e ci regala il meglio del giovane repertorio con intermezzi psichedelici di rara maestria che con il tramonto sullo sfondo sembrano gettarci in un universo parallelo. Purtroppo i nostri metabolismi ignari dell'evento in corso ci bloccano ai box per i rifornimenti che non ci vietano in ogni caso una sortita per lasciarsi ammaliare della impattante voce di Jessie Ware. Altra camminata ed altro evento. Ora tocca ai The Postal Service che battono al fotofinish i Deerhunter e ci ripagano con un concerto unico ed indimenticabile con Ben Gibbard e James Tamborello  che non si lasciano sfuggire l'occasione per confermare le grandissimi qualità artistiche e la loro polivalenza. La giornata è ancora lunga e il sacrificio di Grizzly Bear non demoralizza nessuno dei presenti. Una rapida sortita allo stand del Boiler Room ed altra birretta in strada verso l'evento. Per il gruppo parigino si sono fatte scelte sofferte come la rinuncia al live di Simian Mobile Disco e la parziale di Fuck Buttons ma la ricompensa è stata sontuosa e Rome la perla a chiudere il nostro personale concerto. Mezz'ora del duo elettronico di Bristol a giustificare le nostre incertezze pre-Phoenix e poi venti minuti degli Animal Collective a confermare che il live non è robe per loro nell'unica delusione della serata. E poi il miglior finale che ci potesse attendere con un John Talabot in versione dj set in continuo crescendo che svuota l'arena e riempie la pista. Algo más? Nada màs. E ora di corsa verso il Forum perchè Kurt Vile non aspetta...







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