venerdì 13 febbraio 2015

BEST NEW // Viet Cong - Viet Cong


Genere: Post-Punk, Labyrinthine Post-Punk
Etichetta: Flemish Eye/Jagjaguwar
Pubblicazione: 20 gennaio 2015
Voto: 8

"Where everything is turning inside out, you went too far
The other way, we'll never get home"



Senza la sua turbolenta, violenta ed infine drammatica "Genesi", oggi, inconsapevolmente, staremmo rinunciando ad una ventata di aria fresca a far ricircolare e ripulire l'ossigeno da  quelle stanze del post-punk, indubbiamente e giustamente vincolate ai fasti del passato, se non chè ormai troppo spesso esageratamente schiave. I Viet Cong sorgono nel 2012 dalle ceneri di quei Women che sul finire della decade precedente trovarono discreto riscontro con l'omonimo album di debutto per poi ritagliarsi uno spazio un po' meno edificante dopo la presunta rissa al Lucky Bar di Victoria che ne ha avviato la fine poi sancita in maniera ineluttabile dalla morte del chitarrista Christopher Reimer. Coscienti del percorso da seguire la sezione ritmica composta Matt Flegel e Mike Wallace assoldava la coppia di chitarre Scott Munro e Danny Christiansen dando appunto vita in quel di Calgary ai Viet Cong che sfornavano l'anno passato, sempre attraverso la fedele Flemish, il primo EP Cassette interpretabile come un lunga intro, o per dirla in maniera più poetica, la meno prevedibile quiete "prima" della tempesta. Dal più luminoso ed omogeneo approccio il quartetto canadese guadagna in fiducia e coesione e libera tutta la devastante energia repressa nel debutto omonimo qui in oggetto. Fin dalle prime tracce, Newspaper Spoons e Pointless Experience, risulta evidente che le idee non mancano e ci si andrà a divertire, con una brillante rivisitazione delle regole del genere ed una talvolta disarmante facilità nell'alternare le zone di luce e di ombra privando l'ascoltatore delle poche certezze con cui aveva approcciato l'opera. Con March of Progress si innesta la quarta ma solo a metà traccia quando la spinta elettro-industriale sfiora il magnetico che diventa quasi asfissiante con una Bunker Buster la quale ci lancia dritta nell'epicentro dell'album che con Continental Shelf  tocca il suo punto più commerciale, aprendo la porta a palati meno esigenti e puristi ed accarezzando quelle sonorità alla Interpol da taluni date per estinte dal 2004. Ormai avvolti impossibile non lasciarsi incantare dalla joydivisioniana Silhouettes e dallo scontro frontale tra la batteria di Wallace e le chitarre della premiata ditta Christiansen-Munro. Ma se cercavamo il vero manifesto questo giunge solo alla fine con Death, meravigliosa suite post-punk, labirintica per dirla come piace alla band, in cui tutti gli umori che hanno accompagnato il debutto omonimo vengono riproposti in diversi movimenti finché la natura più animalesca e a lungo repressa viene lasciata libera di cavalcare selvaggiamente gli ultimi scampoli di un album che possiamo mettere in bella vista certi di doverlo riprendere quando giungerà il momento di ricordare il meglio di un anno che, appena iniziato,  possiamo già affrontare con certo ottimismo.





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