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venerdì 13 febbraio 2015

BEST NEW // Viet Cong - Viet Cong


Genere: Post-Punk, Labyrinthine Post-Punk
Etichetta: Flemish Eye/Jagjaguwar
Pubblicazione: 20 gennaio 2015
Voto: 8

"Where everything is turning inside out, you went too far
The other way, we'll never get home"



Senza la sua turbolenta, violenta ed infine drammatica "Genesi", oggi, inconsapevolmente, staremmo rinunciando ad una ventata di aria fresca a far ricircolare e ripulire l'ossigeno da  quelle stanze del post-punk, indubbiamente e giustamente vincolate ai fasti del passato, se non chè ormai troppo spesso esageratamente schiave. I Viet Cong sorgono nel 2012 dalle ceneri di quei Women che sul finire della decade precedente trovarono discreto riscontro con l'omonimo album di debutto per poi ritagliarsi uno spazio un po' meno edificante dopo la presunta rissa al Lucky Bar di Victoria che ne ha avviato la fine poi sancita in maniera ineluttabile dalla morte del chitarrista Christopher Reimer. Coscienti del percorso da seguire la sezione ritmica composta Matt Flegel e Mike Wallace assoldava la coppia di chitarre Scott Munro e Danny Christiansen dando appunto vita in quel di Calgary ai Viet Cong che sfornavano l'anno passato, sempre attraverso la fedele Flemish, il primo EP Cassette interpretabile come un lunga intro, o per dirla in maniera più poetica, la meno prevedibile quiete "prima" della tempesta. Dal più luminoso ed omogeneo approccio il quartetto canadese guadagna in fiducia e coesione e libera tutta la devastante energia repressa nel debutto omonimo qui in oggetto. Fin dalle prime tracce, Newspaper Spoons e Pointless Experience, risulta evidente che le idee non mancano e ci si andrà a divertire, con una brillante rivisitazione delle regole del genere ed una talvolta disarmante facilità nell'alternare le zone di luce e di ombra privando l'ascoltatore delle poche certezze con cui aveva approcciato l'opera. Con March of Progress si innesta la quarta ma solo a metà traccia quando la spinta elettro-industriale sfiora il magnetico che diventa quasi asfissiante con una Bunker Buster la quale ci lancia dritta nell'epicentro dell'album che con Continental Shelf  tocca il suo punto più commerciale, aprendo la porta a palati meno esigenti e puristi ed accarezzando quelle sonorità alla Interpol da taluni date per estinte dal 2004. Ormai avvolti impossibile non lasciarsi incantare dalla joydivisioniana Silhouettes e dallo scontro frontale tra la batteria di Wallace e le chitarre della premiata ditta Christiansen-Munro. Ma se cercavamo il vero manifesto questo giunge solo alla fine con Death, meravigliosa suite post-punk, labirintica per dirla come piace alla band, in cui tutti gli umori che hanno accompagnato il debutto omonimo vengono riproposti in diversi movimenti finché la natura più animalesca e a lungo repressa viene lasciata libera di cavalcare selvaggiamente gli ultimi scampoli di un album che possiamo mettere in bella vista certi di doverlo riprendere quando giungerà il momento di ricordare il meglio di un anno che, appena iniziato,  possiamo già affrontare con certo ottimismo.





martedì 6 gennaio 2015

BEST NEW // Clark - Clark


Genere: IDM, Elettronica
Etichetta: Warp Records
Pubblicazione: 3 Novembre 2014
Voto: 8


Con l'avvento dell'autunno inoltrato e la mente ormai più rivolta all'anno venturo che a quello in corso, l'idea di lasciarsi dietro una stagione priva di una piccola gemma IDM da Top Ten in grado di rendere meno drastico il confronto con un 2013 monstre che ci aveva lasciato in eredità, solo per citare le più clamorose, le opere di James Holden, The Field, Gesaffelstein, Fuck Buttons e Jon Hopkins (ma si potrebbe proseguire oltre), incominciava tristemente e prepotentemente a farsi spazio. Senza nulla a togliere all'ottimo debutto di Todd Terje dalle connotazioni chiaramente più pop nè al rinfrancante ritorno di Aphex Twin o al nuovo lavoro di FlyLo, ormai più oggetto di marketing che altro, a consolare ed illuminare le nostre quasi vane aspettative ci pensava infine l'altro classe '79, Chris Clark (come Jon e James) che con la sua creatura omonima dava una decisa spallata ai rivali. Non certo producer alle prime armi, l'inglesotto dell'Hertfordshire figlio dell'etichetta Warp cresciuto a pane, Aphex Twin e Boards of Canada, raggiunge piena maturità al settimo tentativo (escluso l'innumerevole repertorio per appassionati) a distanza di 13 anni dal debutto con Clarence Park (parco della natia St. Albans), in quello che anche per lo stesso Chris deve rappresentare una sorta di opera definitiva tanto da marchiarla con il proprio cognome, Clark. E l'ultima fatica dell'artista britannico sembra rappresentare una sorta di autobiografia, inquieta e turbolenta come il suo creatore giunto a casa Warp a suon di demo inviati via posta e per sua stessa ammissione produttore-scultore quasi dannato, alla ricerca costante di immagini e momenti da catturare e registrare per sempre alla sua maniera tanto personale quanto inusuale.
Che Clark si rivelerà un viaggio lo si evince già dalla prima traccia non a caso denominata Ship Is Flooding giusto per mettere le cose in chiaro con chiunque decida di imbarcarsi. Il preludio di tempesta ci introduce in quel vortice meraviglioso chiamato Winter Linn che ci rievocherà il mai dimenticato futurepop dei VNV Nation per poi raggiungere l'occhio del ciclone con Unfurla (già il nome è tutto un programma). E che i titoli dei brani giocheranno un ruolo fondamentale ce lo ricorda anche Strenght Through Fragility pezzo che risalta le doti compositive classiche di Chris. La marcia prosegue con Sodium Trimmer, più decisa e tenebrosa, per poi trasportarci con Banjo e Snowbird in un mondo quasi incantato fatto di richiami degli esordi e delle mille influenze che anno traviato il nostro talento, non ultimo Kuedo nella capacità di reinventare paesaggi musicali.
Chi si attende una seconda parte del viaggio in modalità ambient dovrà scontrarsi subito con la perla dell'album, The Grit in the Pearl, audace e ritmata, piccolo raggio di luce nel mondo melanconico che lo circonda e che riprende dopo l'intermezzo di Beacon con Petroleum Tinged, più di un omaggio ai mostri sacri e compagni di etichetta Boards of Canada. Silvered Iris, prolungato esercizio di stile, ci conduce fino a There's A Distance in You, traccia di aphextwiniana memoria e la più lunga dell'album forse a voler sottolineare la maggior fonte di ispirazione. Il vortice di arrangiamenti trova quiete nella parte finale del brano che conduce ad un sereno approdo e che con Everlane non può non provocare le stesse intime suggestioni amniotiche che abbiamo incontrato a contatto col magico mondo di Julianna Barwick...









lunedì 11 agosto 2014

REVIEW // Luglio 2014


Con l'avvento dell'estate finalmente i ritmi si abbassano con una tendenza inversamente proporzionale alle temperature, anche se quest'anno tale legge sembra non far presa nello stivale... Noi comunque ne godiamo avendo la possibilità di ascoltare in maniera più goduta e rilassata le nuove uscite concedendosi un po' di diversione anche con le hit del recente passato messe forzatamente in disparte anzitempo. Quindi poche uscite e, possiamo dirlo, nessun capolavoro ma non per questo mancano interessanti motivi di spunto. Un esempio su tutti il nostro album del mese con l'opera di debutto omonima degli Alvvyas, carica di sole e di brio. Beh, nella nostra review ne parliamo più accuratamente...
Alcune papille, soprattutto se sud-europee, faranno fatica ad apprezzare totalmente il secondo album del binomio hip-hop sperimentale Shabazz Palaces ma Lese Majesty (7) contiene in sè tutti gli ingredienti per catturare l'attenzione anche dei più diffidenti. Ritmi disorientanti, drone-music e pezzi al limiti dell'astratto avvolgono quasi come una nube e stringono come uno dei pitoni spesso ostentati da Palaceer Lazaro. Tracce come la egocentrica Ishmael ed il singolo #CAKE renderanno ancor meglio l'idea... Il ritorno di Morrissey dopo cinque anni e con un recente passato caratterizzato dal record di tour consecutivi cancellati (dovrebbero essere tre) ha un sapore dolce/amaro e questa volta non è soltanto dovuto al carattere della lirica. In World Peace Is None Of Your Business (6) rivive lo spirito "moz" di un tempo senza la necessaria freschezza a dare un tocco contemporaneo all'opera, ma Morrissey è Morrissey ed una manciata di tracce vecchio stampo come Instanbul o la title-track salvano la baracca... Abbiamo dovuto attendere invece ben cinque anni per vedere Elly Jackson rivestire i panni di La Roux e consegnarci così l'atteso sophomore ed il primo impatto non è stato dei migliori. Ma Trouble in Paradise (7) il meglio lo nasconde tra le fila con un'opera estremamente intima e decisamente poco sintetica che, un po' controcorrente, guadagna sulla distanza riservando un finale in crescendo (la ritmata Tropical Chancer, la elaborata Silent Partner ed il singolo Let Me Down Gently le gemme), deludendo invece là dove le sonorità sembrano riaccarezzare i fasti dell'esordio... Neanche atteso e mai stato parte dei nostri amori giovanili il duo danese indie-rock The Raveonettes ci sorprende con l'ottimo Pe'ahi (7,5) album che raccoglie un anno di dolore, morte, dipendenza, furia e rassegnazione in tutte le sfumature immaginabili. Una carica eterogenea che non si spegne dopo l'inizio arrembante di Endless Sleeper e la fantastica Sisters ma che si fa solo più tenue e melodica con Killer in the Street poi più riflessiva con Wake Me Up e poi, e poi, e poi... Il secondo album dell'alternative rock band newyorkese Landlady forse non sfonderà tuttavia Upright Behavior (6,5) soprattutto grazie alla preziosa stravagante voce del leader Adam Schatz guadagna in fascino e consensi risultando una gustosa ventata di aria fresca. Non bisogna spingersi troppo al largo per comprenderne l'essenza con le prime tre tracce, Above My Ground, Dying Day e Girl a fornire sufficienti riferimenti.  Tra gli esordi più attesi dell'anno indubbiamente figurano i Jungle, band misteriosa di cui solo ora apprendiamo seppur vagamente la natura, duo, formata da tale T e J... Ma le aspettative talvolta giocano brutti scherzi e da presunto capolavoro per via dei singoli sexy affini al soul anni '70, come Heat o Time, di cui ci eravamo indubbiamente invaghiti, Jungle (6,5) si rivela un album alla fine piacevole, forse eccessivamente altalenante qualitativamente e piatto stilisticamente che ripropone troppo a lungo la stessa formula. Frankie Rose possiede il dono di metterci sempre di ottimo umore e fortunatamente non ci lascia mai troppo a lungo senza notizie ed ancor meglio, produzioni. Ora dopo il passaggio tra Vivian Girls, Dum Dum Girls e la produzione solista, ottima in entrambi i dischi, la ritroviamo nel progetto Beverly quasi casualmente coinvolta con Drew Citroen. Careers (6,5) dallo sviluppo eterogeneo ci regala il chiaro tocco di Rose (Honey Do) alternato a gocce di storia rock degli anni '90 (All The Things) il tutto avvolto da atmosfere tanto tetre (Yale's Life) quanto a dir poco arrembanti (Ambular) anche se non sempre di qualità sopraffina...
In un mese dedicato ai debutti registriamo anche quello degli Honeyblood con un album omonimo (6) effervescente, vivace e che senza dubbio possiede i suoi momenti topici (Killer Bangs, Bud) ma che in nessun istante da l'impressione di apportare qualcosa di nuovo a quanto già noto del genere. Un tocco personale e a tratti magico che invece pare invadere il debutto dei Glass Animals con Zaba (7) facilmente ad un primo incontro associabile a band come Wild Beasts o Alt-J  ma senza che l'ombra della copia possa mai insinuarsi realmente. L'opera ci regala un viaggio nel mondo fantasioso, bizzarro, onirico ed indefinibile carico di influenze e ricchissimo di dettagli: dalla hit Gooey alla ipnotica Black Mambo alla seducente Psylla ecco un universo tutto da esplorare...





(Giugno)    

giovedì 31 luglio 2014

REVIEW // Alvvays - Alvvays


Genere: Indie-Rock, Surf-Rock
Etichetta: Polyvinyl/Transgressive
Pubblicazione: 21 luglio 2014
Voto: 7,5


Se dovessi scegliere un album di recente pubblicazione ad accompagnare un lungo viaggio verso ameni lidi marittimi dotato di ritornelli catchy, melodie incantate e, tra le sue note, un carico di serotonina pronta a spruzzare fuori dal lettore ad ogni traccia, certo ad oggi la scelta ricadrebbe sul debutto omonimo degli Alvvays (vi faccio lo spelling: a-l-v-v-a-y-s), giovane quintetto che a dispetto delle sonorità non è di casa né a San Diego né a San Francisco bensì nella diversamente ridente Toronto. Probabilmente gli ascolti reiterati hanno caricato di suggestioni l'intera opera ma dedicarsi ad Alvvays ora, al culmine del loro successo, seppur di nicchia e ben consci che la caducità può celarsi dietro al prossimo angolo, ti fa sentire parte della storia, di un racconto forse lungo una sola estate o forse semplicemente un viaggio di andata ed uno di ritorno, ma pur sempre di "viaggio" trattasi, fatto di immagini e paesaggi che accompagnano le nove tracce di questo solare debutto e che andranno inevitabilmente ad associarsi a cose-persone-fatti-e/più/in/generale-ricordi. Niente di più e niente di meno di quanto sperimentato negli ultimi anni con il primo album degli Yuck, o il primo dei Veronica Falls o più recentemente con il debutto dei Fear of Men, come se quest'innocenza non possa che trovarsi negli esordi, andando poi perdendosi col tempo quasi la professione di musicista full-time ne uccidesse la parte più spontanea, smaliziata ed innocente. A guidare l'arrembante quintetto l'incisiva voce di Molly Rankin, che simil-american-movie abbandona la nativa Nuova Scozia, un destino da cantante del coro della chiesa ed il proprio colore di capelli (ora biondi) per approdare in quella Toronto che non sarà Los Angeles o New York ma che, come nel caso di Molly, ti da l'opportunità di imbatterti in Chad Van Gaalen, noto artista canadese che fiutando doti non comuni riesce a convincere niente meno che John Agnello (Sonic Youth, Dinosaur Jr. o Kurt Vile) a produrne il tuo disco...
Il risultato è una ventata di indie-rock da spiaggia, o ancor meglio da windsurf, in cui fluiscono con brillantezza e naturalezza, senza risultare mai troppo leziose, tutte le tematiche legate alla coppia o alle relazioni più in generale, sia in forma intima sia più superficiale come nel caso dei due ottimi singoli, Adult Diversion e Archie, Marry Me. Il filone conduttore di un'opera in cui si intrecciano introspezione (One Who Love) e romanticismo (The Agency Group), ambizione (Dives) e ribellione (Party Police) rimane comunque la voce della Rankin lenta e talvolta strascicata quasi nell'atto di riflettere prima di enunciare il proprio punto di vista. Il nostro invece, almeno riguarso al suo debutto è ben chiaro fin dal secondo ascolto...









giovedì 24 luglio 2014

REVIEW // Giugno 2014


Sebbene con un leggero ritardo dovuto prevalentemente al nostro trasferimento in quel di Barcelona ed alle relative scartoffie da sbrigare eccoci al nostro consueto resoconto mensile di un giugno forse non caldissimo fa certamente neanche avido di soddisfazioni. A trionfare, confermando una stagione in cui sembrano essere gli outsider a farla da padrona, il collettivo capeggiato da Ben Daniels con sede Philadelphia (anche se il resto dei componenti è dislocato ai quattro angoli del globo) dei A Sunny Day In Glasgow che sfornano con Sea When Absent la loro quarta nonché miglior opera, trattata lungamente nella nostra fresca recensione. Il primo ascolto del post Primavera Sound è dedicato al fresco nuovo prodotto della post-punk revival band newyorkese dei Parquet Courts (caldissimi candidati al PS15) con Sunbathing Animal (voto 7): prodotto dall'indubbia peculiarità al cui iniziale fascino fa spazio un senso di dejavù che si trascinerà a lungo facendo spazio a qualche vuoto ma anche a diverse perle dalle cadenze divergenti come Black and White e What Color Is Blue oltre ai due ottimi singoli Sunbathing Animal e Instant Disassembly. Dopo è toccato all'aurea della bella Lana Del Rey con il peso dell'eredità del prezioso (quantomeno commercialmente) Born To Die sulle spalle di Ultraviolence (7) che tiene botta pur senza le "hits" del precedente ma con una maturità ed una costanza che fanno da contrappeso ed una vena autodistruttrice che palesano un coinvolgimento più intimo in un'opera che vede tra le sue gemme più rappresentative oltre alla title-track, West Coast, Sad Girl e la nostra preferita, Money Power Glory. Altro nome che certo non necessita di presentazioni, Jack White prosegue il suo percorso solitario con Lazaretto (7) che appare un nuovo laboratorio di sperimentazione allargando e rifiendo il proprio filone implementando al proprio riconoscibile stile nuove trame funk (Three Women) e country (Temporary Ground) accompagnate da massiccia dose elettronica (Lazaretto). Un disco certo non definitivo quanto piuttosto di transizione ma che lascerà poche orecchie deluse. Di difficile interpretazione, per diversi motivi il nuovo lavoro dei Kasabian con 48:13 (6). Quello che sembra un album di rottura che vede davvero pochi punti di contatto con il passato (stevie e poco altro) appare per lo più approssimativo e talvolta addirittura sempliciotto. Il meglio va probabilmente ricercato nella suo approccio pop-hooligans (bulblebeee, domsday, eez-eh) forse non incisivo ma almeno coinvolgente. Rivedibile anche l'apporto elettronico (explodes a parte) che invade la seconda parte dell'album e che sembra sul punto di rapirti senza mai arrivare a farlo. Stesso discorso fatto per la band di Leicester calza a pennello anche per i londinesi Klaxons con Love Frequency (6-) a cui non basta il supporto di James Murphy e Tom Rowlands dei Chemical Brothers per rendere vincente il ritorno atteso da 4 anni. Se l'inizio con New Reality ed in parte anche There Is No Other Time raccolgono consensi per il loro approccio dance-floor diretto e pulito, la parte centrale dell'album presenta voragini creative preoccupanti ed imbarazzanti e solo un finale in crescendo riesce a strappare una risicata (e forse regalata) sufficienza. Da chi era lecito attendersi di più era certamente Sam Smith, cantautore brit giunto alla ribalta per aver prestato la voce alla Latch dei Disclosure e regalato la luminosa hit Money On My Mind. Il resto se non è noia è quantomeno ridondanza. Il repertorio a cavallo tra soul & R&B dopo un promettente inizio rinfocolato anche dalla graziosa Good Thing va inesorabilmente spegnendosi, ripetendo schemi già visti e di fattura ben più pregiata (Adele, Emily Sandè). Chi invece di ritmi compassati e climi mesti e melanconici è diventato maestro è Tom Krell meglio noto come How To Dress Well in grado ogni due anni, dal 2010, di farci fermare a riflettere ammaliati da sonorità e tematiche sempre attuali. Quest'anno tocca a What Is This Heart? (7,5) dall'immutato stampo R&B legato a cupe sonorità elettroniche ed ambientazioni fantasmagoriche talvolta desolate ma mai piatte. Sebbene l'opera appaia come la più ambiziosa del cantautore americano sembrano mancare le classiche due gemme (che in Total Loss furono Cold Nites e & It Was U) per regalargli la nomea del capolavoro pur considerando Face Again, Repeat Pleasure o Words I Don't Remember di solo un gradino inferiori. Parlando di malinconia il collegamento con The Antlers viene immediato. Con Hospice che rimane una delle colonne dell'ultimo lustro gli ultimi lavori della band newyorkese suscitano su di noi un retrogusto quasi insipido. Anche cercando di estrapolarlo dai nostri ricordi Familiars (6,5) rimane un'opera gradevole almeno quanto omogenea nella sua estrema intimità quasi Silberman e soci dopo il successo riscosso volessero tornare in quel rifugio chiamato anonimato. I due singoli Palace e Hotel in tal senso rappresentano appieno l'identità dell'album.
A confermarsi costante di quest'annata di transizione sono ancora gli outsider ad impreziosire il mese. Partendo dalle atmosfere più soft (ma non troppo) sorprende il ritorno di Timothy Showalter aka Strand of Oaks che giunto alla quarta prova ci regala con HEAL (7,5) quello che rappresenta probabilmente il suo miglior prodotto nonché quello che, a parte la lirica non sempre incisiva, rappresenta quasi un testamento della musica folk americana adattata ai tempi ed alle circostanze. Goshen '97 apre e travolge, Shut In e Woke Up To The Light commuovono, e giunti alla eclettica JM siamo già completamente conquistati. Spostandoci più a nord e valicando il territorio canadese veniamo investiti fisicamente dal prezioso nuovo (terzo) lavoro dei White Lung con Deep Fantasy (7,5) attualmente in miglior lavoro noise rock del 2014 e che, nonostante le sonorità fragorose, riesce ad essere immediatamente accessibile anche grazie alla lunghezza esigua delle tracce (e dell'album), alla lirica intrigante ed alle numerose gemme che stipano soprattutto la prima parte dell'opera tra cui spiccano Drown With The Monster, Down It Goes e la meravigliosa Face Down (da noi premiata come miglior traccia della prima metà di stagione). Sicuri di se stessi ed in "totale controllo" un'altra gradita sorpresa sono i Total Control che con Typical System (7) mettono sul piatto un'opera anticonvenzionale ed abrasiva che attraversa con nonchalance postpunk, hardcore, krautrock e tutti i sottogeneri correlati con una venatura quasi eroica senza dimenticarsi i classici pezzoni ad offrire un ulteriore valore aggiunto, Flesh War su tutti senza dimenticare Glass e Expensive Dog. Degno di menzione e decisamente poco battuto sul nostro territorio il nuovo lavoro del duo scandinavo Lust For Youth che offre con International (6,5) un break synth-pop godibile anche se lontano, eccetto rari casi, dalla venatura fortemente dark-wave cui ci aveva abituato ed è un peccato perchè Epoetin Alfa in tal senso risulta di gran lunga la traccia più piacevole. In una stagione che, rispetto ad un 2013 elettronico esagerato viaggia a ritmo ridotto, il nuovo lavoro di Lone con Reality Tasting (7) va raccolto come un dono. Messo alle spalle l'ottimo Galaxy Garden Matt Cutler rispolvera la vecchia passione per le ritmiche hip-hop pur mantenendo inalterato come nel caso Aurora Northern Quarter  e 2 Is 8 l'inconfondibile tocco sensuale ed ipnotico.





(Maggio 2014)              (Luglio 2014)               

lunedì 21 luglio 2014

BEST NEW // A Sunny Day In Glasgow - Sea When Absent


Genere: Shoegaze, Phychedelic Pop, Ambient
Etichetta: Lefse Records
Pubblicazione: 24 giugno U.S.A. / 11 agosto Europa
Voto: 8


Dal lontano 2006, anno di fondazione del progetto A Sunny Day in Glasgow, nulla è rimasto più lo stesso: la band si è trasformata in collettivo a progetto con i suoi componenti a girare più di una porta scorrevole, i tag per definirne il genere hanno subito continue evoluzioni partendo da uno shoegaze dalla chiara influenza Shields-iana mutando di volta in volta direzione quasi ad assorbire tutti gli stimoli esterni ed interni al gruppo stesso accarezzando in maniera sempre più decisa e convinta la componente rock, pop nelle sue versioni dream prima e psychedelic poi, fino a sfociare nell'ambient estremo a due passi (prima od oltre) dal chill-out. Il sole nel frattempo a Glasgow ha seguito le stesse evoluzioni e gli stessi sconvolgimenti lasciando spazio ad ogni tipo di rivoltamento meteorologico. Pure le abitudini sono cambiate. Una volta ci si riuniva strumenti in mano a gettare le basi per un nuovo lavoro mentre oggi sono le mail ad anticipare idee e sonorità e ad unire gli adesso 6 componenti della band che per i motivi più disparati si trovano sparpagliati tra Philadelfia, New York e Sydney. Tutto è cambiato... o quasi. Ben Daniels infatti a distanza di anni continua a essere il collante del collettivo e si è trasformato in quel sole che a Glasgow avranno visto in pochi (oltre al co-fondatore Ever Nalens che lì ci ha vissuto) e che si è fatto carico del processo creativo della quarta creatura. Ma Sea When Absent nasce anche sotto una nuova stella dal momento che la produzione di quello che senza dubbio risulta il lavoro più atmosferico, più eterogeneo ed innovativo e, di conseguenza, anche il migliore, è stato affidato in "outsourcing" a quel Jeff Zeigler noto a Philadelphia per aver fatto prendere il volo alle opere dei due mostri contemporanei della città Kurt Vile e Adam Granduciel (The War on Drugs). Il risultato è grandioso nel suo equilibrio tra caos ed armonia e gli arrangiamenti risultano come mai prima il vero valore aggiunto. Anche le voci delle new entry Jen Goma (The Pains of Being Pure At Heart) e Annie Fredrickson sembrano contribuire ad alzare ulteriormente l'asticella di un lavoro che probabilmente offre con la ruggente Byebye, Big Ocean (The End), la geometrica dissonanza di In Love with Useless (The Timeless Geometry in the Tradition of Passing) e la più placida Crushin' il miglior quarto d'ora iniziale dell'intera stagione 2014. Con MTLOV (Minor Keys) l'aria di festa è ancora palpabile ed avvolgente e ci concede un attimo di tregua solo con l'avvento The Things They Do To Me che permette con i suoi ritmi più compassati di apprezzare anche la componente sintetica, discreta ed incantatrice al contempo. La ricchezza di dettagli si percepisce progressivamente, di ascolto in ascolto soprattutto con il dissolversi di quell'atmosfera futur-fiabesca ed un po' oppiacea dei primi giri sul piatto. Dopo un fisiologico stato di impasse la fiaba diventa sogno con il trittico dream-pop più industrial in costante crescendo The Body, It Bends, Oh, I’m A Wrecker e Golden Waves che agevolerà il ritorno ad una cardio-frequenza più rilassata ma che non  sradicherà l'istinto di regalarsi a breve un altro ballo...








giovedì 12 giugno 2014

BEST NEW // Hundred Waters - The Moon Rang Like A Bell


Genere: Art-Pop, Digital-Folk
Etichetta: OWSLA
Pubblicazione: 27 maggio 2014
Voto: 8


Tra le tante parole utilizzate talvolta o fors'anche spesso a sproposito per recensire un album certamente "flusso di emozioni" è quella che meglio si sposa con il sophomore degli Hundred Waters, anche se in questo caso in maniera del tutto appropriata e forse addirittura contenuta. The Moon Rang Like A Bell risulta a pochi giorni dalla propria pubblicazione opera passata dalle nostre parti (almeno ancora) quasi inosservata e per quel poco di cui si è parlato probabilmente incompresa, forse per ignavia o per quella fretta che non permette di vedere sedimentare la parte più pura e preziosa di un dono, ineluttabilmente intossicati da quella ansia tipica della nostra società avida di emozioni solo a patto non richieda in cambio il nostro tempo. Lungimirante dall'altra parte si può invece definire la scommessa della OWSLA, etichetta che deve la sua notorietà prevalentemente al suo fondatore ovvero quel Sonny Moore che fa rizzare le orecchie soprattutto quando lascia le luci della ribalta al suo alter-ego Skrillex.
Un connubio quantomeno bizzarro se si pensa alla natura elettronica e futuristica dell'etichetta di Sonny che tra le sue fila vanta artisti con un approccio decisamente più dance-floor oriented. Certamente non possono passere inosservate le piogge sintetiche e le stratificazioni strumentali contemporanee che hanno portato lo stesso quartetto della Florida a battezzare il proprio genere, in maniera assolutamente appropriata, come digital-folk. Ma in questo bagno digitale marchio del nuovo millennio l'album mantiene vivo ed ancora più evidente il suo lato quieto e placido, fatto di ambientazioni naturali ed eteree che spazzano dalla nostra mente la componente tecnologica e colpiscono quella parte dell'animo a cui interessa poco o nulla il mezzo utilizzato per raggiungerlo. Un album senza tempo, usando un altro binomio ricorrente, fuori dai concetti di quando e dove soprattutto nel momento in cui ad invadere gli spazi e le evoluzioni narcisistiche dei polistrumentisti Paul Giese, Zach Tetreault e Trayer Tryon interviene la voce di Nicole Miglis la quale, come una guida protettiva, ci trascina attraverso i 12 movimenti dell'opera che con Murmurs incontra già uno dei punti più alti e che raramente abbandoneremo con il rischio, a più riprese, di rimanere senza ossigeno. Testi melanconici, in cui ai tempi andati si sovrappongono sentimenti ancora vivi ove i palpiti del cuore vengono riprodotti da loop e ritmiche sincopate, più tese o rilassate a seconda delle situazioni. Eleganza stilistica che prosegue imperterrita con il singolo Cavity e le successive Out Alee e Innocent, singoli "in pectore". La parte centrale (Broken Blue e Chambers) trascina con se reminiscenze dell'esordio risultando contestualmente il comparto ambient dell'album. Con i sospiri di Down From The Rafter, la Miglis apre la quadriga che sfoglierà un arcobaleno di ritmiche finora inesplorato con il prezioso l'uptempo di [Animal], il fenomenale crescendo di Seven White Horses che porterà la cantante quasi alle lacrime per chiudere con la più dance-floor e suggestiva delle tracce, Xtalk, cui faranno da coda i sei minuti dark ambient di No Sound, giusto il tempo per riprender fiato, chiudere l'album dei ricordi e riporre le proprie emozioni, consci però di aver trovato un nuovo riparo in cui fuggire quando la frenesia del nuovo millennio tornerà a bussare con prepotenza....






giovedì 17 aprile 2014

REVIEW // Todd Terje - It's Album Time


Genere: House, Disco, Balearic
Etichetta: Olsen Records
Pubblicazione: 7 aprile 2014
Voto: 7,5


"It's About Time!", insomma, "era ora!": questo è il gioco di parole usato dallo spassosissimo Todd Terje (così dice chi lo ha frequentato di persona) per presentare il suo album di debutto, forse pensato a lungo (o forse troppo a lungo), in questa decade da professionista del settore. It's Album Time giunge così più sotto forma di raccolta curriculare che di opera volta a stravolgere gli equilibri di un genere che, non ce ne voglia nessuno, di revisionisti eccellenti in questi ultimi anni ne ha visti diversi, dai Justice, ai Daft Punk... Per evitare che Terje Olsen, così risulta all'anagrafe, ne esca fuori come una figura indolente, dobbiamo lanciare uno strale in suo favore; figura attivissima prima come tecnico del suono, poi idolatrato dietro ai piatti ed autore di svariati remix, si è dilettato infine in fase di produzione (altrui) dapprima con il brano Candy di Robbie Williams e successivamente per i brani Stand on the Horizon e Evil Eyes dei Franz Ferdinand. A ciò va aggiunto ovviamente il 50% delle azioni della società Lindstrom & Todd Terje che solo la passata stagione conquistava le platee grazie all'ottima Lanzarote. Ed eccoci infine con in mano un'opera Terje al 100% che una volta superata la Intro ci catapulta in una tra le tante sit-comedy anni '70 che oggi possiamo apprezzare solo attraverso i canali retrò ma che adeguatamente rielaborate e lucidate possono trasformare il jazz lounge da incredibilmente kitsch a suadentemente vintage... Leisure Suit Preben e Preben Goes To Acapulco giocano proprio questo ruolo smorzando i ritmi di un album che a quanto pare fa dell'attesa uno dei punti cardinali. Il ritmo sale con Svensk Sas anche se non nel verso atteso: sonorità tribali e latino americane ci invitano ad improvvisarci ballerini di salsa prima che il produttore norvegese messe da parte le lezioni di stile, ci sbatta in faccia il suo estro balearico reso più tagliente dalle gelide frecciate elettroniche del singolo Strandbar prima e dalla ipnotica e coinvolgete Delorean Dynamite poi, cui il debito a Giorgio Moroder è evidente e meritevole di un grosso uovo di Pasqua come parziale indennizzo... La perla dell'album segna BPM che mai avremmo immaginato perchè con Johnny & Mary si viaggia piano ma si vola in alto e la voce di Brian Ferry non fa nulla per impedirci di teletrasportarci in tempi dove non eravamo più che un pensiero e Robert Palmer aveva la nostra età... La traccia lunga ci permette anche di pensare che questo album carico di difetti ci piace davvero sebbene la bizzarra Alfonso Muskedender provi a minare le nostre nuove certezze. Lo consideriamo un intermezzo musicale prima che le sonorità cosmic delle due Swing Star (riprese dall'EP It's the Arps del 2012) non ci rimettano in viaggio verso i fiordi spigolosi e rasserenanti dell'estremo nord europeo. Ormai non ci ferma più nessuno ed il finale in crescendo passa per la cavalcata emozionale (e non solo) di Oh Joy e della stranota Inspector Norse che funge da bis conclusivo ed acclamato. E come ogni concerto che si rispetti una parte di noi ad applaudire con gli occhi lucidi e l'altra a maledire l'attesa e spettacolare Spiral che nella tracklist, per motivi ignoti, un piccolo posticino non è riuscita a conquistarselo...







lunedì 14 aprile 2014

REVIEW // Marzo 2014


Il mese che ci ha trascinato verso la primavera non poteva certo essere avido di uscite discografiche in grado di stuzzicare uno tra i sensi a noi più cari, e così eccoci inondati da piacevoli conferme, deliziose sorprese e qualche delusione tra cui la più roboante certamente rappresentata dallo sterile ritorno dei Metronomy con un Love Letters (5,5) su cui, nonostante l'amore per la band di Joe Mount, non siamo riusciti a celare il nostro disappunto. Tra le conferme invece a meritare il gradino alto del podio la più primaverile delle uscite con Atlas (8) dei prolifici ed ancora ispiratissimi Real Estate. Tra le pubblicazioni recensite percorso parallelo per Future Islands e Trust che sebbene probabilmente abbassino il livello qualitativo cui ci avevano abituati propongono con Singles (7) e Joyland (7) un'ottima rilettura dei propri lavori conquistando l'attenzione della critica in passato ingiustamente fugace. Quindi a chi regalare i restanti gradini del podio? Dal basso della nostra analisi ecco i tre lavori che si spartiranno le rimanenti piazze avvalendoci, nell'incapacità di decidere la più pregevole, del mero ordine di pubblicazione. Karen Marie Ørsted dietro il moniker di disperde l'incognita dell'hype che si porta dietro da un paio di anni trasformandosi in scommessa vincente ed una delle realtà più fresche del pop sintetico contemporaneo. No Mythologies To Follow (7,5) contiene una quantità sorprendente di motivetti accattivanti e contagiosi a partire dal già noto singolo XXX88, nato in collaborazione con Diplo, proseguendo con i più recenti Never Wanna Know e Don't Wanna Dance e questo solo per citarne un paio... Da un debutto ad un altro che parrebbe tale se non fosse per i sette album già alle spalle. Pochi gruppi sono riusciti dopo tanti dischi a ricrearsi un'immagine così vincente come il trio newyorkese dei Liars. Mess (7,5) sorge sulle ceneri di WIXIW, fatto in polvere dalla quantità di ascolti dedicati... A Mess On A Mission il compito di sostituire con profitto la bomba che fu No1. Agaist The Rush, per il resto, scoperta la formula segreta per aumentare gli adepti ecco elettronica a fiumi e batteria utilizzata a mo' di arma contundente, talvolta al risparmio (Vox Tuned D.E.D.) tal'altre a tutta (Mask Maker). Tutto un altro ritmo per il ritorno di Adam Granduciel leader dei The War on Drugs. Lost in the Dream (7,5) torna a rivendicare lo scettro del regno delle chitarre di una Philadelphia ormai contesa e divisa con l'ex compagno d'avventura Kurt Vile. Impossibile non ritenere la seppur pregevole opera un po' contaminata da questa perdurante bagarre stilistica sebbene non risulti difficile trovare perle in grado di aumentarne personalità e prestigio (Red Eyes, In Reverse su tutte) insieme ad un utilizzo più peculiare di cassa e sintetizzatori (vedi Under The Pressure o Disappearing o ancora l'ottima Burning). Da alcuni progetti ci si attende sempre il massimo ma poi pur ammettendone alcuni limiti impariamo ad amarli per come ci sono giunti e non per come ce li eravamo immaginati. Tycho suscita ormai sempre gli stessi sentimenti ed Awake (7) ci conferma innamorati del talento californiano, forse per le melodie oniriche o forse perchè ci appare come la trasfigurazione pseudo-dance dei BoC... Consueta elettronica strumentale che cavalca in versione live (con tanto di batteria e chitarra) shoegaze e post-rock. Il tridente iniziale Awake, Montana e L da solo ripagherà anche i più diffidenti della fiducia regalata... Mezza delusione rappresenta il ritorno dei prolificissimi The Men che abbandonano ormai del tutto l'irruenza degli esordi a favore di un Tomorrow's Hits (6,5) formalmente irreprensibile ma distante dai canoni ruvidi che avevano attirato la nostra attenzione. Per la rubrica "usato sicuro" riecco invece la rock band from Atlanta dei Black Lips che giunta al settimo album con Underneath The Rainbow (6,5) cerca quantomeno di confermare il numero di fans storici mescolando il classico garage-rock marchio di fabbrica con un formato più easy-listening. Il risultato è un album che non scalerà le classifiche ma che grazie a qualche traccia catchy come Boys In The Wood e Funny non renderà infelice nessuno.
Tra le band più irriverenti, graffianti e rumorose del momento di certo ci sono i Perfect Pussy premiati unilateralmente dalla critica per il punk contagioso di Say Yes To Love (7) in cui la leader Meredith Graves si mette a nudo spiattellando in modo diretto e coinvolgente la fine di una sua relazione (Interferences Fits) o "semplici" turbe più o meno vicine al mondo al femminile (Work, Driver). Per chi attendeva notizie dal collettivo Broken Social Scene ecco Kevin Drew giustificare il perdurante silenzio con la sua nuova opera solista, Darlings (7). Album più eterogeneo e delicato, con una produzione più complessa ed elaborata ed una cura dei dettagli in grado di fare la differenza. Nessun orecchio potrà rimanere impassibile alla perla Good Sex o alle sonorità sensualissime di It's Cool. Sorprende positivamente il ritorno degli Eternal Summers giunti con The Drop Beneath (7) alla terza e probabilmente più riuscita-uscita. Giunti ormai a piena maturazione la rock band della Virginia ci regala tutte le sfumature della loro produzione che varia dal post-punk di Gouge, all'alt pop di A Burial fino al pop quasi surf di Never Enough. Ad aprire il mese ci aveva pensato il più artistico dei dischi in concorso con Electric Balloon (7) opera seconda della formazione di Brooklyn Ava Luna le cui sonorità vi faranno impazzire e vi disorienteranno lasciandovi in balia del moderno R&B di PRPL o dell'art punk di Sears Roebuck M&Ms, senza dimenticare la intro Daydream chiaro omaggio all'estro di David Byrne. Pochi giorni dopo debuttava invece con ben altri ritmi la compagine inglese di Leeds Eagulls (album omonimo, 7) che all'arte preferiva la ferocia e le invettive senza peli sulla lingua. Per capire di cosa stiamo parlando vi basterà premere play ed imbattervi in Nerve Endings. Post-punk e hardcore che vanno  braccetto in Hollow Visions e Yellow Eyes in cui gli appassionati potranno scovare plurimi riferimenti storici del panorama britannico: The Clash, PIL ma anche The Cure e Joy Division. Per finire se avete un quarto d'ora di tempo (o poco più) ed una giornata storta da sistemare tenetevi buono l'esordio ufficiale (dopo diversi album casarecci) della diciannovenne Greta Kline aka Frankie Cosmos. Diversi i temi mordi e fuggi presenti in Zentropy (6,5) che vi ruberanno un sorriso ma Birthday Song rimane certo il più emblematico.





(Febbraio)          

martedì 8 aprile 2014

BEST NEW // Cloud Nothings - Here And Nowhere Else


Genere: Indie-Rock, Punk
Etichetta: Carpack Records
Pubblicazione: 01 aprile 2014
Voto: 8


Ecco un altro che ha trovato la formula vincente per fare breccia nei cuori di un range sempre più vasto di possibili fruitori, che ondeggiano dal popolo punk o grunge più puro e radicale fino agli amanti di sonorità pop-oriented adeguatamente camuffate e rifinite. Ma spesso una formula da sola non è sufficiente per farti emergere dalla massa e conquistare fans e consensi ed allora è proprio lì che ci vuole tutta la classe del giovane Dylan Baldi, 22 anni appena, che con una naturalezza quasi imbarazzante replica il format super vincente del precedente nonchè meraviglioso prodotto che era Attack on Memory e ci fornisce una copia non troppo dissimile ma sufficientemente evoluta per ritenere il tragitto dei Cloud Nothings in continua evoluzione e prossimo (giorni, mesi) alla sua esplosione definitiva. Here And Nowhere Else si presenta quindi come uno tra i più aggressivi, atipici, travolgenti dischi pop-punk degli ultimi anni caratterizzato da una lirica spesso disperata ed un po' macabra in cui è il disagio psicologico, l'instabilità e la realtà spersonalizzata di un cuore infranto a farla da padrona ma con un approccio così onesto e diretto da far apparire qualunque tematica post-adolescenziale accompagnata da una ritmica intima e suggestiva incredibilmente vicina a ciascuna realtà. Insomma, senza troppi giri di parole, ecco il frutto dell'unione tra Japandroids ed i fratelli Stone (intesi come Angus e Julia)... 
Neanche la personalità di John Congleton in fase di produzione risulta essere un valore aggiunto quanto piuttosto un'occasione di confronto e certamente stimolo il chè quantomeno va a rivalutare l'apporto tangenziale di un altro mostro sacro quale fu Steve Albini per l'opera precedente. E questo per quanto concerne la parte teorica: in pratica, una volta premuto il tasto play, ad attendervi ci sarà una mezz'ora piena che trascorrerete rincorrendo senza alcuna speranza di raggiungerla, la batteria scatenata di Jayson Gerycz che divora avidamente ogni quarto musicale mentre la voce di Dylan funge da guinzaglio tenuto con mano solida e ferma tanto da far apparire educato anche il quadretto più esplosivo e turbolento. Psychic Trauma e I'm Not Part of Me rappresentano solo i pezzi commercialmente più vendibili ed immediati del pacchetto cui con un minimo di predisposizione andranno facilmente ad aggiungersi l'apripista Now Hear In che con il suo ritornello "I can feel your pain/ And I feel alright about it" funge da contatto empatico, protratto quasi in un unicum con la successiva luminosa Quieter Today. Infine mirabile l'epilogo in cui No Thoughts tende fino allo stremo le corde vocali del frontman aprendo il viatico alla immensa Pattern Walks dalla struttura speculare a quella Wasted Days di due stagioni fa', probabilmente ad oggi ancora l'opera più pregiata di casa Nothings...
Ma adesso alle parole ci aspettiamo i fatti ed il palco del Primavera Sound sembrerebbe lo scenario ideale per trasformare ottime premesse e ritmi incalzanti in un'esperienza unica anche se questo vorrà dire quasi certamente rinunciare ai nostri bicchieri di birra per almeno i tre quarti d'ora di concerto previsti...







mercoledì 2 aprile 2014

REVIEW // Metronomy - Love Letters


Genere: Electro-Pop
Etichetta: Because Music
Pubblicazione: 10 marzo 2014
Voto: 5,5


Un lavoro indifendibile. Ascoltarlo e riascoltarlo non si rivela funzionale ad apprezzare un album che si candida ad essere uno tra i più asettici della stagione e sicuramente, almeno al momento, certo della palma come più fragorosa delusione 2014 in considerazione anche e soprattutto dell'adorazione acquistata con il tempo e con estrema naturalezza dal predecessore The English Riviera, raccolta di brani catchy in cui, mi duole ammetterlo, il "migliore dei brani" di Love Letters avrebbe fatto fatica a ritagliarsi un posto. Che Joseph Mount, fondatore, cuore e mano dei Metronomy, avesse smarrito la brillantezza dei giorni migliori si era già annusato con I'm Aquarius, singolo piatto che rinviava a data da destinarsi l'avvento di un brano che se non proprio smuovesse gli animi profondi almeno suscitasse brividi lungo il corpo ed il desiderio di sgranchirsi le gambe. A paragonarli decisamente meglio The Upsetter, traccia apripista che del primo singolo pare una rielaborazione lucida e più smagliante. Quel synth-pop sbarazzino ed a tratti arrogante di chi sa di aver trovato la formula vincente si è già dissolto lasciando spazio ad una fantoccio dal retrogusto soft-rock cui persino la voce di Joseph Mount si adegua risultando per lunghi tratti flebile e sull'orlo di frantumarsi come nel poker horribilis formato da Monstrous, Month of Sundays, Call Me e The Most Immaculate Haircut. Quindi cosa salva il terzo album della compagine londinese dal macero? Della traccia iniziale abbiamo già detto dopodichè non possiamo nascondere che la title-track, nonchè secondo singolo, possegga quella vitalità tanto agognata e con la voce di Anna Prior finalmente di nuovo libera di ritagliarsi un ruolo meno spersonificante. Boy Racers evidenzia le radici più giocoliere di Mount che torna a divertirsi nella veste producer, utilizzando le consuete etichette che identificano il prodotto Metronomy mentre bisognerà attendere fino a Reservoir per scoprirsi vagamente abbagliati da cadenze ritmiche cui ormai ci avevamo messo una pietra sopra. Certo non mancheranno, come già non sono mancati, tentativi di porre l'opera oltre gli oggettivi (de)meriti ma la realtà dei fatti porterà Love Letters, terminati i consueti due o tre giri di prova, lì dove merita di stare, in fondo al baule dei ricordi passeggeri...






venerdì 28 marzo 2014

REVIEW // Future Islands - Singles


Genere: Synth-Pop, New Wave
Etichetta: 4AD Records
Pubblicazione: 24 marzo 2014
Voto: 7


Dopo la relativa scarsa considerazione riservata agli album precedenti, i Future Islands sembrano esser riusciti con il neonato Singles a richiamare un'attenzione più adeguata ai loro reali valori. I pur rimarchevoli Wave Like Home (2008), In Evening Air (2010) e On the Water (2011) non avevano avuto particolare risonanza, ma la svolta sembra essersi consumata grazie al passaggio dalla Thrill Jockey alla più blasonata 4AD, con la produzione affidata al connazionale Chris Coady, nel recente passato già al lavoro con Yeah Yeah Yeahs, Beach House, Architecture in Helsinki. A completare la virata ecco l'avvento all'interno della non-più-di-primo-pelo synthpop band from Baltimora del batterista Denny Bowen che si aggiunge a Gerrit Welmers, William Cashion e soprattutto all'istrionico, carismatico, sostenuto da un'eccezionale indipendenza di gambe, Samuel T. Herring nella veste di vocalist ad incarnare alla perfezione il ruolo di frontman. La volontà di cambiamento, unita all'esercizio che aiuta la pratica, ha levigato un marchio strettamente legato agli anni '80, facendo risultare il quarto lavoro, se non il migliore, certamente il più maturo e completo, anche se allo stesso tempo meno ballabile e vivo rispetto agli antecedenti. Anticipato dalla melodia ergonomica di Seasons (Waiting on You), che Herring ha definito "la cosa migliore che abbiamo mai scritto", il disco è orecchiabile ma non sbarazzino, anche in virtù dei temi trattati come quello dell'amore fallito e della sofferenza viste e raccontate da chi la giovinezza se l'è lasciata alle spalle. I brani seppur intrisi di minor negatività rispetto al passato, con un raggio di luce che filtra come nel caso dell'electro pop di Sun in the Morning, scorrono con una formula ben delineata portata avanti senza soluzione di continuità il cui ascolto senza un'adeguata attenzione ai dettagli potrebbe far risultare l'opera un po' monotona. Imperniato sulle linee di basso e con i sintetizzatori in bella mostra, il contrasto tra la musica e la voce è più smussato rispetto ai trascorsi: colpisce in Light House quella roca di Herring che trasmette tutta la frustrazione somatizzata, oppure nella ballata di Fall from Grace in cui il cantante arriva a ringhiare rabbiosamente contro l'incedere inesorabile del tempo. La new wave industriale fa bello sfoggio in Like The Moon anche se il tono melodrammatico non tocca mai i livelli d'intensità di The Fountain. La forza propulsiva sprigionata e nello stesso tempo soffocata dalla cavalcata di Back in the Tall Grass ricorda ma non raggiunge quella di Long Flight, mentre la chiusura spetta al più giocoso e solare secondo estratto, A Dream of You and Me
by Sigu          






venerdì 21 marzo 2014

BEST NEW // Real Estate - Atlas


Genere: Indie-Rock, Pop-Folk
Etichetta: Domino Records
Pubblicazione: 4 marzo 2014
Voto: 8


L'immagine onirica che era nata sulle note dell'ottimo secondo album Days del 2011 esce ora rafforzata e ancor più ricca di dettagli che trascinano la mente in un futuro prossimo dinanzi alla band del New Jersey ad aprire una splendida serata di tarda primavera (catalana, perchè no?) ed una fresca birra a lenire il sole basso che invita ancor di più a socchiudere gli occhi per farsi trascinare nei paesaggi che il nuovo ottimo Atlas e la produzione dei Real Estate più in generale, richiama ad ogni brano... Martin Courtney e Matt Mondanile per il loro terzo album (il secondo via Domino) rifuggono cambi di stile ed introduzioni ipertecnologiche tanto in voga e perseverano nel più classico ed evocativo rock atemporale. I cambiamenti semmai ricadono a livello di collaborazioni e registrazione con l'avvento in pianta stabile di due nuovi membri Jackson Pollis (batteria) e Matt Kallman (piano) ad aggiungersi ad Alex Bleeker ed il contributo in fase di produzione da parte di Tom Schlick (già Rufus Wainwraight e Low) a fornire nuovi spunti e dirottare la band negli studi Wilco di Chicago (The Loft) per completare la neonata opera.
Come accennato Atlas è un disco fatto di paesaggi stesi con lunghe pennellate a sei corde e rievocati in maniera malinconica ma mai triste attraverso testi semplici ed ugualmente profondi e rinfrancanti. Il cielo, l'orizzonte (titolo anche di un brano), marciapiedi e case di periferia nelle parole di Courtnay ripetuti nell'arco dei 10 brani senza mai apparire ridondanti e ripetitivi così come la struttura dell'opera, essenziale ma ricca, ricchissima di dettagli.
A Talking Backwards in compito obiettivamente impossibile di sostituire la fenomenale It's Real del 2011 ma senza sfigurare e a cui segue come nell'album precedente l'unica traccia strumentale April's Song, una delle perle dell'album soprattutto a confronto con la rivale e banale Kinder Blumen.
Il resto è gioia per le orecchie dal primo fantastico brano, Had To Hear, che nulla ha davvero da invidiare ad Easy, passando da una The Bend dalla coda tributo ai primi Oasis, all'altro brillante singolo Crime fino ai soffusi riff di Navigator a rievocare il tramonto di un album che farà estrema fatica a stancarci e che ci dimostra ancora una volta come la bellezza possa appagare la vista ma sia la semplicità a smuovere gli animi più puri...






lunedì 17 marzo 2014

REVIEW // Trust - Joyland


Genere: Synth-Pop, Darkwave
Etichetta: Arts & Crafts
Pubblicazione: 4 marzo 2014
Voto: 7


E' stato sufficiente un album per lanciare Trust nell'Olimpo degli artisti o band di culto, probabilmente anche a causa del successo strabordante da parte dei Crystal Castles che con i loro primi 2 album hanno stimolato, seguendo i principi base del corso di Marketing Ia annualità, un desiderio che ancora molti ignoravano di possedere e che ovviamente il duo formato da Alice Glass ed Ethan Kath da solo non era in grado di soddisfare. TRST dell'allora progetto formato da Robert Alfons e Maya Postepski andava a colmare almeno in parte un mercato darkwave inaspettatamente numeroso ed insolitamente avido, forse anche avvantaggiati dall'aria fredda e dai repentini tramonti caratteristici di una Toronto che guarda caso offriva ed offre tuttora vitto e alloggio alla coppia Glass/Kath. Ma i parallelismi finiscono cui e con lo splendido esordio del 2012 quella Postepski impegnata contestualmente con gli Austra e Robert Alfons aprivano nuovi scenari tenebrosi in cui pop sintetico frizzante, elettronica di matrice gotica ed arrangiamenti dark estirpati da una casa degli orrori si fondevano per creare un prodotto forse non tossico ma sicuramente in grado di creare forte assuefazione. Ma visto che dalle ambientazioni macabre raramente scaturisce un lieto fine ecco Robert Alfons rimanere solo dopo il ritorno della compagna Postepski a casa Austra, cosa che in realtà spiazzava solo relativamente vista l'essenza fortemente alienante del progetto. Ciò che spiazza ora, piuttosto, è la natura del nuovo progetto che invece di risultare ancora più oscuro e maniacale ritrova a sprazzi un'inattesa solarità con raggi di luce frequenti anche se mai abbaglianti a giustificare il titolo dell'opera e le prime dichiarazioni di Alfons che annunciava l'opera come una viscerale erezione di elettrizzante gioia... Seguendo la più celebre regola non scritta, ovvero che solo attraverso i sentimenti più cupi nascano opere d'arte destinate a lasciare un segno longevo, ecco con Joyland un lavoro senza dubbio intrigante, forse ancora più ballabile del precedente e per questo capace di attrarre a se ancora più consensi, almeno numericamente, ma privo di quella immediatezza, quell'aria nostalgica e quella freschezza tetra e agghiacciante colonna vertebrale del vincente esordio. La struttura dell'opera in ogni caso non tradisce con la traccia Slightly Floating a cui spetta il compito di fare gli onori di casa e rendere più sopportabile la cupezza circostante. Neanche mancano brani di sicuro impatto a partire da due fenomenali singoli Capital e Rescue, Mister, non a caso i più vicini alle ambientazioni del 2012. Senza Postepski ricade su Robert tutto il peso delle evoluzioni canore, dagli squittii della title-track, alla voce tombale di Icabod o della brillante Four Gut fino ai cori castrati di Lost Souls/ Eelings, conferma di come l'artista vesta con innegabile disinvoltura i panni del vocalist sia quando si trova a sostenere trame melodiche (Are We Arc?) sia quando la voce ha il compito di contenere battiti al limite della techno (Peer Pressure), di questi tempi, un pregio non da poco...





mercoledì 12 marzo 2014

REVIEW // Febbraio 2014


Dopo qualche mese di relativa calma dovuta alle vacanze di fine anno eccoci fin da febbraio di nuovo ridotti agli straordinari allo scopo di ascoltare ed, in diversi casi, gustare il meglio della produzione degli ultimi 28 giorni. A meritare gli onori ed il nostro gradino più alto del podio ecco Angel Olsen con il profondo, incisivo ed elettrico folk di Burn Your Fire for No Witness meritevole del nostro Best New. Stessa sorte per una delle regine del momento ovvero l'affascinante Annie Clark aka St. Vincent autrice con il suo album omonimo di un'altra perla pop sperimentale che tra le sue mani si tramuta in arte, innalzando la Clark ufficialmente tra le artiste più apprezzata e celebrata del panorama contemporaneo. Tanti candidati per la terza piazza a partire dal produttore svedese CEO capace di bissare con l'eclettico e festaiolo sound avvolgente di Wonderland il successo dell'esordio, lasciando in ogni caso l'amaro in bocca a chi si attendeva uno tra gli album migliori dell'anno.
Fonte di gioia per le orecchie, il quarto album degli inglese Bombay Bicycle Club rappresenta il punto più alto della band. So Long, See You Tomorrow (7,5) è un disco all'insegna dell'eclettismo e del postmodernismo con influenze raccolte ed assimilate con sapienza da Animal Collective, Passion Pit, Flaming Lips, tra gli altri. La fuga psichedelica ed ipnotica di Carry Me rappresenta la perla adeguatamente sostenuta dai sensuali arrangiamenti di Luna o dalla eroica overture di Overdone. Ritmi agli antipodi ed esito analogo con il ritorno di Marissa Nadler. Eviteremo il termine etereo tanto odiato dalla cantautrice del Massachusetts per descrivere il meraviglioso July (7,5) che tracceremo come incantevolmente nostalgico e sospeso. Un folk lamentoso ma ugualmente carico di energia che trova nella intro Drive (Fade Into) il suo perfetto manifesto all'insegna del ricordo (We Are Coming Back) e di amori impossibili e lontani (Anyone Else e 1923). Il ruolo di outsider a sorpresa lo merita senza dubbio il globetrotter, canadese di nascita Thomas Arsenault aka Mas Ysa, che con il suo primo EP allargato Worth conquista fin dal primo ascolto per il suo gusto pop elettronico dalle venature fieramente retro come dimostra il tormentone Why o la più aggressiva e battente Shame. Chi il ruolo di outsider lo ha archiviato da un pezzo è il californiano Beck, di ritorno dopo sei anni con il suo dodicesimo album, Morning Phase (7), che porta con se la classe dell'artista unita a quel grado di maturità che il tempo, se coltivato, impreziosisce. Un classico fin dalle prime note, luminoso (Morning) e semplice (Heart is a Drum), quasi alla ricerca della purezza ma anche toccante quando serve (Blue Moon o Wave). Orecchiabile sì, molto, ma lontano dal rimanere memorabile così come si potrebbe dire in maniera del tutto analoga di un altro ritorno da stropicciarsi le orecchie cioè quello di Neneh Cherry. La sorella di Eagle Eye Cherry di anni per sfornare un nuovo album ne ha impiegati ben 16 che non le hanno fatto perdere ne l'antico smalto ne il fiuto per il nuovo tant'è che per Blank Project (7) si avvale in fase di produzione della pregiata figura di Four Tet. Il risultato è un prodotto soul fortemente ritmato (Blank Project) grazie anche alla collaborazione con il progetto Rocketnumbernine ed ovviamente immancabilmente elettronico con la mano di Kieran Hebden a calcare pesante in tracce come la splendida Naked o Out of the Black che vanta la collaborazione della compaesana Robyn. Che i tempo richiamino sonorità più contemporanee e l'utilizzo più o meno blando di supporti elettronici o sintetici non deve ormai più stupire tant'è che anche gli inglesi Wild Beasts hanno infine dovuto scendervi a compromessi con il soddisfacente Present Tense di cui tutto si è già detto in fase di recensione. The Notwist invece, dell'attrazione verso patterns elettronici ne ha fatto un marchio di fabbrica, almeno negli ultimi album e il neo Close To The Glass (7) riprende il filo interrotto nel 2008 con The Devil, You + Me. La band tedesca si diverte e ci diverte alternando soluzioni puramente pop come la riuscitissima Kong o Casino ad intrighi più sperimentali che ci divertono ugualmente, vedasi Run Run Run o la strumentale Lineri. Chi invece il successo lo ha accarezzato senza compromessi e con un'opera completamente fedele alla propria indole fatta di parole che parlano al cuore e strumenti acustici è Mark Kozelek aka Sun Kil Moon. Ogni traccia di Benji (7) parla di se, delle proprie esperienze, con la morte come attore non protagonista ma sempre presente. Difficile non farsi incantare dai paesaggi folk che ci presentano tutte le sfumature di un'America incontaminata: il tramonto di Carissa, la notte cupa di  Truck Driver o i mattini più soleggiati di Dogs. Allo stesso modo impossibile accettare Benji come capolavoro assoluto così come testate imponenti vorrebbero farci credere... Nonostante un'assenza di 15 anni dal jet-set discografico il ritorno delle ex star Cibo Matto attrae meno attenzioni e nonostante l'apporto di Kotche dei Wilco e Refosco degli Atoms For Peace trova in fase di pubblicazioni meno consensi. Ciò nonostante Hotel Valentine (6,5) nella sua discontinuità ci regala attimi di svago all'insegna di quel trip hop in versione un po' più raffinata che era stato a tratti esaltante in passato. Difficile inquadrare il secondo lavoro del duo formato da Sarah Barthel e Josh Carter e noto come Phantogram. Nell'album Voices (6,5) incontriamo un rock elettronico a tratti sfavillante come in Black Out Days, deliziosamente retrò in Fall in Love o impareggiabilmente toccante come in Bill Murray, traccia che pare scritta dagli Slowdive e rivista per figurare nella sua rivisitazione Blue Skied an' Clear magari per mano dei Lali Puna. Per i restanti lunghi tratti purtroppo si naviga a vista... Più lineare ma in definitiva non troppo distante qualitativamente il disco di debutto degli inglesi Temples di scena al prossimo Primavera Sound il mercoledì del Forum. Pochi ascolti sono sufficienti per rendersi conto che la banda guidata da Thomas Edison Warmsley e James Edward Bagshaw ha un credito aperto nei confronti dei Beatles e forse ancor di più dei Kasabian (vedi Sun Structures). Sun Structures (6,5), l'album, ci lascia in dono in ogni caso ritornelli apprezzabili come con Mesmerise, buoni riffs (The Golden Throne) e qualche coro ammaliante (Shelter Song). Chi il palco del Primavera lo ha calcato l'hanno passato è l'altra band britannica Cheatahs che proprio questo mese ha lanciato il proprio debutto omonimo (6,5). Il quartetto londinese a differenza dei Temples affonda le proprie radici musicali oltreoceano offrendoci un indie-rock prossimo allo shoegaze più facilmente accostabile a Pixies o Dinosaur Jr, per il momento solo stilisticamente.
Per noi che non abbiamo mai nascosto la stima nei confronti di Alex Willner aka The Field era impossibile non dare una sbirciata al suo esordio come Hands, progetto in cui il producer minimal indirizza con un certo stile, sebbene ancora smussabile, il suo lato noise/drone. Delle 4 lunghe tracce ambient che formano The Soul Is Quick (6,5) le prime due, più apprezzabili fanno leva su un certo retrogusto industrial che cede (anche qualitativamente) alla sperimentazione nelle ultime due.

(gennaio )       








domenica 9 marzo 2014

REVIEW // Wild Beasts - Present Tense


Genere: Art-Pop
Etichetta: Domino Records
Pubblicazione: 24 febbraio 2014
Voto: 7


Sebbene la musica sia stata catalogata, a ragione, una delle sette Arti, non sempre la connessione tra arte e cantante, o band, ci risulta immediata ed anzi, in molti casi anche di grande rilevanza mediatica questa associazione appare al limite dell'offensivo. Il caso dei Wild Beasts invece appartiene di diritto al campo delle pertinenze e non solo per il facile confronto con le bestie feroci francesi di inizio '900 note come Fauves (guarda caso, al singolare, il nome dato dai fondatori Hayden Thorpe e Ben Little alla loro prima band) ma anche perchè nel genere musicale, altra coincidenza, denominato Art-Pop, rivediamo quegli stessi colori accesi, quelle vibrazioni e gli stessi soggetti che scaldano i nostri sensi alla vista di Calma, Lusso e Voluttà del maestro Matisse e più in generale di gran parte degli espressionisti europei. Ciononostante un prodotto artistico non è necessariamente, come in questo caso, sinonimo di opera d'arte ma può rimanere catalogata come la maggior parte delle migliori creazioni di arte contemporanea come un ottimo mezzo di intrattenimento.
Tra questi cataloghiamo Present Tense, album che mantiene quelle sonorità descritte a più riprese come sensuali, erotiche, esuberanti, stravaganti che ci hanno fatto innamorare del quartetto del Kendal fin dal singolo Brave Bulging Buoyant Clairvoyants ma in una versione più matura e stilisticamente contemporanea, a discapito forse di quell'immediatezza e spontaneità delle opere precedenti ed in particolar modo del fenomenale Two Dancers del 2009.
Un po' come successo per i Vampire Weekend i trenta sono entrati non solo nelle ossa del gruppo ma hanno portato maggior consapevolezza del mondo e probabilmente, come è normale che sia, tolto un po' di beata spensieratezza. Ciò ha indotto al cambio obbligato in cabina di produzione, dall'abituale Richard Formby al veterano Leo Abrahams già al lavoro con Brian Eno, Paul Simon, David Byrne, che con l'ausilio di Alex “Lexxx” Dromgoole (al tempo coinvolto nel mixaggio di Two Dancers e Smother) ha guidato la band verso i confini dell'elettronica, ormai passo inevitabile nelle stanze della contemporaneità. Wanderlust di tale svolta ne è il manifesto perfetto e in assoluto uno tra i brani migliori di cui la band ci abbiano fatto dono dagli esordi, con l'uso dei sintetizzatori a rendere il suono più robusto ed aggressivo. Purtroppo non sarà sempre così nonostante la chimica tra la voce grave di Tom Fleming ed il falsetto, più contenuto, di Hayden Thorpe continui a formare le colonne su cui si basa il successo del quartetto. A dimostrarlo l'incantevole delicatezza dell'altro singolo Sweet Spot che esalta il lato romantico e poetico della band come forse mai prima ed a cui si può appuntare solo il forte richiamo ai lavori del passato tanto che il brano si potrebbe supporre estratto da qualunque delle opere precedenti. Al lato tenero si scontrano frangenti di estrema cupezza come in a Dog's Life, brano che narra gli ultimi istanti di vita di un cane resi ancora più coinvolgenti dalle sonorità evocative che accompagnano il racconto. Come consueto tocca a Fleming occuparsi delle zone più oscure dell'album, con pregio in Nature Boy, un po' meno in Daughter. Impossibile non dare il giusto risalto anche alla splendida melodia di A Simple Beautiful Truth che esalta ancor di più l'assioma Thorpe-Flaming mettendo una forte candidatura come terzo singolo.
Sebbene Present Tense non possa aspirare artisticamente al livello di Two Dancers, non possiamo che benedire la presenza di un gruppo dalla peculiarità così spiccata e dalla capacità di colloquiare con la nostra anima in maniera così sincera e naturale che, indipendentemente dalla fattura del prodotto, sembra renderci ogni volta di più degli ascoltatori migliori...










giovedì 27 febbraio 2014

BEST NEW // St. Vincent - St. Vincent


Genere: Art-Pop
Etichetta: Loma Vista / Republic Records
Pubblicazione: 25 febbraio 2014
Voto: 8


Il tragitto di Annie Erin Clark appare a posteriori così perfetto e romanzato da sembrare la trama di una di quelle favole Disney in cui la stessa cantautrice si gettò, affogandovi, al termine del primo tour da solista che la rapì al suo mondo per un lungo anno ma che al nostro di mondo regalò una nuova colonna sonora fatta di arrangiamenti irreali, melodie animate, riff ritorti sporchi di talento e tanta personalità che si trasforma in arte una volta colata sul pentagramma. St. Vincent rappresenta per la stessa St. Vincent l'identificazione piena nel suo album, il suo lavoro più personale e riuscito, che non significa il migliore, ma certamente lo specchio che adorna la camera della sua carriera e che giustifica a suo modo il titolo omonimo. Forgiata dai laboratori non proprio di periferia dei The Polyphonic Spree e di Sufjan Stevens la bella Clark decide di mettere la chitarra in spalla e lanciarsi nell'avventura personale cercando e trovando forza e motivazioni nei versi di Dylan Thoman a cui si deve il suo pseudonimo, St. Vincent, suggerito dal nome dell'ospedale che vide morire il grande poeta gallese. E lì dove la poesia muore trova vita lo scenario per rappresentare una nuova suggestiva poetica giunta con l'album omonimo al quarto capitolo (se si esclude l'album scritto a quattro mani con David Byrne) in una costante escalation di successi (Merry Me nel 2007, Actor nel 2007) che sebbene probabilmente trovi ancora in Strange Mercy (2011) il suo punto più alto offre con la neonata opera un nuovo carosello di emozioni che Annie destreggia a proprio piacimento con un'estetica personale e del tutto anticonvenzionale lasciando sempre più spazio alla sperimentazione e che solo qua e là incontra il tocco del produttore John Congleton. Apre le danze una Rattlesnake frutto di un'incontro ravvicinato con un serpente a sonagli in cui si denota la tensione crescente dell'evento che sfocia nel lungo riff a rappresentarne la fuga. Ritmi dolci e ballabili che si alternano senza uno schema preciso lasciando che la serotonina scorra maggiormente nella prima parte caratterizzata anche dalla festaiola, e primo singolo, Birth in Reverse, potente e aggressiva così come l'elettrica Digital Witness ancora fortemente influenzata dall'esperienza con l'ex Talkin Heads. La sensibilità pop ed i ritmi più tenui contraddistinguono invece l'altro singolo Prince Johnny ed in parte anche la successiva Huey Newton. Amore e rimpianto si scontrano con I Prefer Your Love e Regret scatenando con gli arrangiamenti del caso le sonorità più consone ai due stadi. Si torna a ballare e a contorcersi estasiati dalla sorprendente ed elettronica Bring Me Your Love cui la successiva Psychopath pare esserne il prolungamento melodico. Una festa che finisce mai e che si spinge fino ai beat sintetici di Every Tear Disappears per poi lasciare alla mesta Severed Crossed Fingers il compito di spegnere un incendio che la penetrante ed ammaliante voce della principessa Clark, forte della sua chitarra magica, non ha fatto che rinfocolare ad ogni traccia...







mercoledì 19 febbraio 2014

BEST NEW // Angel Olsen - Burn Your Fire For No Witness


Genere: Indie-Folk
Etichetta: Jagjaguwar
Pubblicazione: 17 febbraio 2014
Voto: 8

"I quit my dreaming the moment that I found you
I started dancing just to be around you
Here's to thinking that it all meant so much more
I kept my mouth shut and opened up the door"



La splendida Unfucktheworld racchiude in se gran parte del concept dell'album, nello stile e nel contenuto: non certo un universo parallelo se confrontato con il positivo debutto solista del 2012, Half Way Home, ma sicuramente rinnovato e riadattato allo spirito attuale di una Angel Olsen che, sebbene fedele alla sua identità, avrà avuto modo di rielaborare le proprie esperienze di vita e, conscia dell'importanza della condivisione,  lasciare che queste venissero veicolate e forgiate nell'officina di John Congleton affinchè l'innata classe della cantautrice del Missouri potesse uscirne  definitivamente ammaestrata ed addomesticata per mostrarsi a noi nella sua forma migliore e paradossalmente, più naturale. Del suo predecessore Burn Your Fire For No Witness mantiene la struttura con l'immutato numero di tracce, la disposizione dei brani hot nella prima metà ed i sette minuti del quarto, White Fire a bissare, forse solo casualmente i sette minuti di Lonely Universe, quarta traccia del debut album.
Se la Voce della bella Olsen mantiene ora come allora un inestimabile valore aggiunto, in BYFFNW a risplendere è ancor di più il contenuto, secco ma incisivo e profondo: qui le canzoni, nella loro sequenza raccontano una storia, dalla rottura sentimentale evidente già nella prima strofa (I kept my mouth shut and opened up the door) al via vai di emozioni che le ruotano attorno fino al più deciso monologo interiore di Windows che chiude l'opera. A rendere più completa l'opera non possono mancare dettagli formali quali il passaggio dal formato solo a quello band per offrire attraverso la batteria di Josh Jaeger ed il basso (e chitarra) di Stewart Bronaugh un campo molto più ampio di espressione che passeggia con disinvoltura attraverso il garage dell'ottimo singolo Forgiven/Forgotten, il country di Lights Out od il folk più intimista di quella meravigliosa perla che è White Fire. Un compromesso non ricercato tra classicismo ed innovazione che spinge Angel Olsen più lontana dall'accostanto con Marissa Nadler ed ora più prossima a colleghe maggiormente contemporanee come Anna Calvi e Sharon Van Etten.
In definitiva Burn Your Fire for No Witness riesce nell'intento di accostarsi al ricco patrimonio folk senza apparirne un'imitazione: la carica emozionale che possiede e che talvolta pare possa trascendere le parole stesse la rende un'opera irrinunciabile di questa annata che sembra voglia spingere Angel Olsen in coda verso l'altare della consacrazione...







giovedì 6 febbraio 2014

REVIEW // ceo - Wonderland


Genere: Synth-Pop, Chillwave
Etichetta: Modular Recordings
Pubblicazione: 3 febbraio 2014
Voto: 7,5

"I felt like I opened Pandora’s box"

Pochi dischi forniscono indicazioni tanto accurate circa il contenuto come invece riesce a fare la cover del nuovo album di ceo. Infatti, appena premuto play sul vostro dispositivo, ecco un'esplosione di colori ed ululati che inondano ogni angolo della vostra stanza con cromie iridescenti e cori carichi di serotonina che rievocano in qualche maniera le ambientazioni iperglicemiche e surreali degli Animal Collective. Tutto lascerebbe intravedere nel suo creatore, Eric Berglung, un personaggio festaiolo, carne da palcoscenico, magari con la stessa propensione all'intrattenimento di un Girl Talk del vecchio continente. Invece l'ex metà del progetto svedese The Though Alliance, non sufficientemente attratto dal freddo isolamento della "ridente" Göteborg si rifugiava anche lui nei boschi alla ricerca del midollo della vita dando lì vita a Wonderland, un paese delle meraviglie che a questo punto è interamente virtuale e celebrale e che lo stesso Eric cerca di salvaguardare il più possibile privandolo fino a questo momento di una versione live, con grande rimpianto per i grandi festival, ed ovviamente anche per i più piccoli. Pochi potevano immaginare che il seguito dell'apprezzato esordio di nicchia White Magic potesse nascere sotto una stella così luminosa come Whorehouse, singolo pazzesco nato nella terra di mezzo in cui l'anno trascorso e quello venturo si scambiano il cinque, ed il fatto che la portentosa title-track non riesca a starle dietro la dice lunga. Wonderland pur non andando fuori giri ad ogni traccia ammalia per l'incredibile ricchezza di dettagli e per la sapiente stesura degli strati ritmici che si sovrappongono armoniosamente l'uno sull'altro. Gli ululati di Harikiri ne fanno uno spettacolare sottofondo per i documentari di National Geographic Channel mentre i cori continuano a farla da padrona accompagnando la più chilling Mirage e sostituendosi del tutto alla lirica in A Bubble in a Stream. Ultrakaos compie da sè la funzione esplicativa mentre OMG nel più battuto degli schemi abbassa il ritmo concedendo alla melodia, sempre dentro una giungla di sample, il compito di accomiatarsi. Eppure a dispetto di tutto ciò è proprio l'armonia generale dell'opera che viene a mancare. Fotogrammi singolarmente apprezzabili che però compongono un album che non riesce a raccontare la storia della sua genesi e a coinvolgere come era lecito attendersi. Insomma, il racconto di un altro capolavoro mancato. Ma di poco.






lunedì 3 febbraio 2014

REVIEW // Gennaio 2014


Un gennaio discografico che non passerà alla storia per la qualità delle opere lanciate ma comunque un segnale positivo per un anno che dovrà cercare di tenere testa, e probabilmente limitare i danni nei confronti di un 2013 indimenticabile se pensiamo al livello degli artisti che hanno deciso di bagnare la stagione appena terminata con un nuovo album e senza dimenticarci alcuni ritorni quasi epocali (The Knife, Daft Punk, Boards Of Canada...). Accantonata una premessa che potrebbe odorare di disfattismo ecco un mese caratterizzato dal boom di opere made in U.S.A. cha hanno contraddistinto quasi l'intero novero delle pubblicazioni.
Tra queste sfugge il ritorno degli scozzesi Mogwai autori con Rave Tapes (7) di un'altra ottima mattonella post-rock a suggellare una carriera che grazie allo spirito di adattamento ed un'innata classe pare rivivere una seconda giovinezza.
Tra i consigliatissimi del mese il delicato e toccante chamber-pop (col quale si intende uno stile musicale contrassegnato dall'introduzione di elementi di musica classica) dei Gem Club from Massachusetts che con In Roses (7) confermano quanto di buono suscitato con l'esordio Breakers del 2011. Opera omogenea e compatta con un atmosfera evocativa che pervade l'ambiente fino quasi a saturarlo con temi quali Idea for Strings. Ma per la perla bisogna attendere l'epilogo con la meravigliosa Polly. Rimanendo in tema di suggestioni come non citare l'opera seconda del cantautore irlandese James Vincent McMorrow che con Post Tropical (7) dà una svolta alla sua carriera amalgamando la sensibilità R&B di James Blake e l'intimismo folk di Bon Iver evidente in tracce come Red Lust e Look Out, conquistando la personale palma di miglior disco del mese. Per il loro atteso ritorno le Dum Dum Girls di Dee Dee presentano invece un lavoro apparentemente ambizioso. Tre decadi di pop omaggio al vecchio millennio racchiusi in un Too True (6,5) che a tratti decolla ma solo raramente dimostra una certa personalità come nel singolo Rimbaud Eyes ed in pochi altri frangenti. Più o meno stesso discorso per l'altro gruppo al femminile, anche questo di Los Angeles, Warpaint, che con il sophomore omonimo (6) continua a dar l'impressione di girare attorno all'obbiettivo senza mai centrarlo, un po' ciò che avviene durante i loro concerti. Rock fatto arte ma troppo fine a se stesso che ciononostante regala qualche gemma come il singolo Love Is To Die o la rotonda Teese. Per chi ha amato i Pavement (non noi, anche per motivi anagrafici) ritroverà nel progetto dell'ex leader Stephen Malkmus & The Jicks le suggestioni del passato che potrebbero anche bastare ad appagare gli animi vintage di taluni ma che non sono certo sufficienti a fare di Wig Out at Jagbags (6), nonostante gli apprezzabili singoli Lariat e Cinnamon and Lesbians uno dei prodotti imperdibili del mese. Non troppo distante ma con esiti diversi l'indie folk all'americana di Damien Jurado. Brothers and Sisters of the Eternal Son (7) si sviluppa come costume attraverso i sogni dell'artista che riesce con il suo stile evocativo a trascinarci fuori dalla dimensione spazio temporale parlando direttamente al nostro animo. Brani incantati come Silver Timothy e Metallic Cloud vi delucideranno sull'argomento.
Difficile accettare un cambio di rotta così netto da parte del duo svedese I Break Horses dopo il positivo esordio pop dalle venature shoegazing quale fu Hearts; ma se riuscirete ad azzerare i vostri preconcetti la svolta synth di Chiaroscuro (6,5) vi mostrerà una band fortemente eclettica, forse non eccessivamente sperimentale (anche qua i Chromatics hanno fatto scuola) ma neanche autrice di un salto nel buoi. Ottima la intro You Born ed il singolo Denial che chiuderà la parte "chiara" di un album che sfortunatamente andrà spegnendosi nel finale.
Tra le band annunciate al Primavera Sound 2014 ecco l'indie pop degli Hospitality. Il trio newyorkese ha sfornato questo gennaio un secondo album, Trouble (6,5), che conferma la crescita di una band capace di alternare un pop leggero per tutte le orecchie a qualche tema più profondo, sia nei temi che nella composizione. Tra tanti brani scorrevoli come Last Words o I Miss Your Bones manca però ancora la hit in grado di trascinare l'opera fuori dal gregge.
Gli amanti della musica elettronica potranno sopperire alla quasi totale assenza di un genere abitualmente ancora in letargo con il presunto canto del cigno di Darren Cunningham aka Actress con un Ghettoville (7) creato allo scopo di chiudere la tetralogia aperta da Hazyville e con essa anche la carriera da produttore. Il risultato è una città che sembra avvolta dalle tenebre per poi riprendere vita con una Rims da work in progress fino ad esplodere con la traccia Gaze dai ritmi atipicamente marcati ed atmosfere quasi house. Se l'album getta un ritratto di una città in costruzione il recente singolo Grey Over Blue pare aprirci gli occhi all'ineluttabile ciclo della vita mostrandoci un apprezzabile,metaforico quanto doloroso tramonto.
Se i siete amanti del rock a stelle e strisce due prodotti analoghi, anche se sorti con un concept diverso, potrebbero soddisfare i vostri appetiti. Sono da una parte i senatori Against Me! con Transgender Dysphoria Blues (6,5), dall'altro i più freschi You Blew It! con Keep Doing What You're Doing (6,5).

(febbraio)          




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