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mercoledì 12 marzo 2014

REVIEW // Febbraio 2014


Dopo qualche mese di relativa calma dovuta alle vacanze di fine anno eccoci fin da febbraio di nuovo ridotti agli straordinari allo scopo di ascoltare ed, in diversi casi, gustare il meglio della produzione degli ultimi 28 giorni. A meritare gli onori ed il nostro gradino più alto del podio ecco Angel Olsen con il profondo, incisivo ed elettrico folk di Burn Your Fire for No Witness meritevole del nostro Best New. Stessa sorte per una delle regine del momento ovvero l'affascinante Annie Clark aka St. Vincent autrice con il suo album omonimo di un'altra perla pop sperimentale che tra le sue mani si tramuta in arte, innalzando la Clark ufficialmente tra le artiste più apprezzata e celebrata del panorama contemporaneo. Tanti candidati per la terza piazza a partire dal produttore svedese CEO capace di bissare con l'eclettico e festaiolo sound avvolgente di Wonderland il successo dell'esordio, lasciando in ogni caso l'amaro in bocca a chi si attendeva uno tra gli album migliori dell'anno.
Fonte di gioia per le orecchie, il quarto album degli inglese Bombay Bicycle Club rappresenta il punto più alto della band. So Long, See You Tomorrow (7,5) è un disco all'insegna dell'eclettismo e del postmodernismo con influenze raccolte ed assimilate con sapienza da Animal Collective, Passion Pit, Flaming Lips, tra gli altri. La fuga psichedelica ed ipnotica di Carry Me rappresenta la perla adeguatamente sostenuta dai sensuali arrangiamenti di Luna o dalla eroica overture di Overdone. Ritmi agli antipodi ed esito analogo con il ritorno di Marissa Nadler. Eviteremo il termine etereo tanto odiato dalla cantautrice del Massachusetts per descrivere il meraviglioso July (7,5) che tracceremo come incantevolmente nostalgico e sospeso. Un folk lamentoso ma ugualmente carico di energia che trova nella intro Drive (Fade Into) il suo perfetto manifesto all'insegna del ricordo (We Are Coming Back) e di amori impossibili e lontani (Anyone Else e 1923). Il ruolo di outsider a sorpresa lo merita senza dubbio il globetrotter, canadese di nascita Thomas Arsenault aka Mas Ysa, che con il suo primo EP allargato Worth conquista fin dal primo ascolto per il suo gusto pop elettronico dalle venature fieramente retro come dimostra il tormentone Why o la più aggressiva e battente Shame. Chi il ruolo di outsider lo ha archiviato da un pezzo è il californiano Beck, di ritorno dopo sei anni con il suo dodicesimo album, Morning Phase (7), che porta con se la classe dell'artista unita a quel grado di maturità che il tempo, se coltivato, impreziosisce. Un classico fin dalle prime note, luminoso (Morning) e semplice (Heart is a Drum), quasi alla ricerca della purezza ma anche toccante quando serve (Blue Moon o Wave). Orecchiabile sì, molto, ma lontano dal rimanere memorabile così come si potrebbe dire in maniera del tutto analoga di un altro ritorno da stropicciarsi le orecchie cioè quello di Neneh Cherry. La sorella di Eagle Eye Cherry di anni per sfornare un nuovo album ne ha impiegati ben 16 che non le hanno fatto perdere ne l'antico smalto ne il fiuto per il nuovo tant'è che per Blank Project (7) si avvale in fase di produzione della pregiata figura di Four Tet. Il risultato è un prodotto soul fortemente ritmato (Blank Project) grazie anche alla collaborazione con il progetto Rocketnumbernine ed ovviamente immancabilmente elettronico con la mano di Kieran Hebden a calcare pesante in tracce come la splendida Naked o Out of the Black che vanta la collaborazione della compaesana Robyn. Che i tempo richiamino sonorità più contemporanee e l'utilizzo più o meno blando di supporti elettronici o sintetici non deve ormai più stupire tant'è che anche gli inglesi Wild Beasts hanno infine dovuto scendervi a compromessi con il soddisfacente Present Tense di cui tutto si è già detto in fase di recensione. The Notwist invece, dell'attrazione verso patterns elettronici ne ha fatto un marchio di fabbrica, almeno negli ultimi album e il neo Close To The Glass (7) riprende il filo interrotto nel 2008 con The Devil, You + Me. La band tedesca si diverte e ci diverte alternando soluzioni puramente pop come la riuscitissima Kong o Casino ad intrighi più sperimentali che ci divertono ugualmente, vedasi Run Run Run o la strumentale Lineri. Chi invece il successo lo ha accarezzato senza compromessi e con un'opera completamente fedele alla propria indole fatta di parole che parlano al cuore e strumenti acustici è Mark Kozelek aka Sun Kil Moon. Ogni traccia di Benji (7) parla di se, delle proprie esperienze, con la morte come attore non protagonista ma sempre presente. Difficile non farsi incantare dai paesaggi folk che ci presentano tutte le sfumature di un'America incontaminata: il tramonto di Carissa, la notte cupa di  Truck Driver o i mattini più soleggiati di Dogs. Allo stesso modo impossibile accettare Benji come capolavoro assoluto così come testate imponenti vorrebbero farci credere... Nonostante un'assenza di 15 anni dal jet-set discografico il ritorno delle ex star Cibo Matto attrae meno attenzioni e nonostante l'apporto di Kotche dei Wilco e Refosco degli Atoms For Peace trova in fase di pubblicazioni meno consensi. Ciò nonostante Hotel Valentine (6,5) nella sua discontinuità ci regala attimi di svago all'insegna di quel trip hop in versione un po' più raffinata che era stato a tratti esaltante in passato. Difficile inquadrare il secondo lavoro del duo formato da Sarah Barthel e Josh Carter e noto come Phantogram. Nell'album Voices (6,5) incontriamo un rock elettronico a tratti sfavillante come in Black Out Days, deliziosamente retrò in Fall in Love o impareggiabilmente toccante come in Bill Murray, traccia che pare scritta dagli Slowdive e rivista per figurare nella sua rivisitazione Blue Skied an' Clear magari per mano dei Lali Puna. Per i restanti lunghi tratti purtroppo si naviga a vista... Più lineare ma in definitiva non troppo distante qualitativamente il disco di debutto degli inglesi Temples di scena al prossimo Primavera Sound il mercoledì del Forum. Pochi ascolti sono sufficienti per rendersi conto che la banda guidata da Thomas Edison Warmsley e James Edward Bagshaw ha un credito aperto nei confronti dei Beatles e forse ancor di più dei Kasabian (vedi Sun Structures). Sun Structures (6,5), l'album, ci lascia in dono in ogni caso ritornelli apprezzabili come con Mesmerise, buoni riffs (The Golden Throne) e qualche coro ammaliante (Shelter Song). Chi il palco del Primavera lo ha calcato l'hanno passato è l'altra band britannica Cheatahs che proprio questo mese ha lanciato il proprio debutto omonimo (6,5). Il quartetto londinese a differenza dei Temples affonda le proprie radici musicali oltreoceano offrendoci un indie-rock prossimo allo shoegaze più facilmente accostabile a Pixies o Dinosaur Jr, per il momento solo stilisticamente.
Per noi che non abbiamo mai nascosto la stima nei confronti di Alex Willner aka The Field era impossibile non dare una sbirciata al suo esordio come Hands, progetto in cui il producer minimal indirizza con un certo stile, sebbene ancora smussabile, il suo lato noise/drone. Delle 4 lunghe tracce ambient che formano The Soul Is Quick (6,5) le prime due, più apprezzabili fanno leva su un certo retrogusto industrial che cede (anche qualitativamente) alla sperimentazione nelle ultime due.

(gennaio )       








lunedì 11 marzo 2013

REVIEW // Febbraio 2013


Con febbraio arrivano anche i primi scossoni decisi in ambito discografico dove ad emergere con più decisione ci sono l'atteso ed ormai quasi insperato ritorno di Kevin Shields ed i suoi My Bloody Valentine con m b v ed il recente e brillante lavoro di Autre Ne Veut che con Anxiety, chicca r&b, scalza da buon outsider dischi ben più attesi. Dietro sono comunque numerose le opere rimarchevoli ed è di loro che qui ci occupiamo partendo dal compatto lavoro dei già apprezzati Local Natives che con Hummingbird (voto 7), giunto a cavallo tra gennaio e febbraio, confermano quanto di buono già mostrato all'esordio con Gorilla Manor. Soffermarsi sui due singoli Heavy Feet e Breakers sarebbe banale perchè, anche grazie alla mano di Aaron Dessner (The National), il lavoro risulta davvero lineare e tracce come You & I, Ceiling e Black Baloons, allo stesso tempo melodiche e ritmate, forniscono al tutto una fisionomia ben chiara anche se non ancora il salto di qualità. Discorso praticamente analogo lo si potrebbe fare per Holy Fire (7,5) dei Foals nella quale emerge però una vena un po' più innovatrice seguendo, a detta del leader Yannis Philippakis, "l'idea di purificazione con un intensità che brucia...". Il prodotto è un disco meno ballabile, o meglio, diversamente ballabile, insomma, qualche beat in meno e qualche accenno sperimentale/psichedelico in più con una prima parte di album da stropicciarsi le orecchie dove risaltano soprattutto Inhaler, My Number, Bad Habit e Late Night ma che va successivamente spegnendosi un po'. Ad attrarre gran parte dell'attenzione però sono stati due gruppi dal grande impatto mediatico, anche se in maniera totalmente differente. Da una parte Nick Cave & The Bad Seeds in gran spolvero con Push The Sky Away (7,5) che, nonostante orfano di Mick Harvey, ci presenta un lavoro rinnovato ad accessibile fin dal primo ascolto e che non rifugge l'utilizzo di loop e sintetizzatori a rinnovare e calcare un album cupo e profondo in cui certo emergono We No Who U R e Jubilee Street, ad alternarsi con Water's Edge e Mermaids che meglio rispecchiano il retaggio della band. Altro discorso per Atom For Peace, il super-gruppo formato da Thom Yorke, Nigel Godrich, Flea, Joey Waronker e Mauro Refosco che appare invero un progetto del leader dei Radiohead con l'aggiunta di una serie di figuranti di lusso. Il risultato, AMOK (7) è comunque di grande interesse come può essere la sapiente elaborazione di sonorità ambient, kraut-rock, post dubstep, IDM, post-rock ad opera di Yorke in quello che parrebbe il successore di Kid A e The Eraser ed in cui un paio di tracce brillano più di altre, Ingenue e Dropped. Altro? Molto. Innanzitutto il ritorno dei Veronica Falls a poco più di un anno di distanza dall'album d'esordio. Stesso pop melodico e travolgente ma la tematica di Waiting for Something to Happen (7) risulta più luminosa. Ad eccezione della Buried Alive old-style l'album si muove tra dolci propositi (Teenage, Waiting For To Happen) e ritornelli incendiari (Broken Toy). Peccato cali alla distanza. E che dire del ritorno di Apparat? A Sasha Ring non manca di certo l'eclettismo e con Krieg Und Frieden (Music For Theatre) (7), rielaborazione della colonna sonora dell'omonimo spettacolo teatrale, ce ne da ulteriore conferma. Di The Devil's Walk resta A Violent Sky mentre pezzi come 44 e K&F Theme - Pizzicato fanno venire in mente Micheal Nyman, il chè è tutto dire. Dal giorno alla notte, per coloro che amano sentire il sangue ribollire nelle vene, imperdibile l'appuntamento con il punk dei giovani danesi Iceage, altro gruppo capace di confermarsi anche se probabilmente non con lo stesso esito dell'esordio. In You'Re Nothing (7) stesso registro con mezz'ora di grande energia incominciando dal singolo Ecstasy ma senza i picchi di un tempo. Esito diverso per il ritorno di altri scandinavi: gli Shout Out Loud, con Optica (6), ci regalano un prodotto anonimo che raggiunge la sufficienza per la spensieratezza delle sue melodie ed una Walking In Your Footsteps, tormentone quasi radiofonico. Chiudendo il cerchio scandinavo merita menzione il progetto finlandese K-X-P, passato un po' sottotraccia ma che con il secondo album II (7) torna a deliziarci. Nel trio Melody, Staring At The Moon e Magnetic tutto il repertorio tra Synth-Pop e sonorità disco anni '80 cadenzato da un beat molto diretto. E da qui alla  scena elettronica il passo è breve con un Four Tet che ci fa gradita sorpresa regalandoci con 0181 (7) una raccolta di pezzi inediti dal 1999 in avanti; una sorta di biografia di Kieran Hebden in cui assaporare l'evoluzione di uno stile a noi caro. Debutti non roboanti ma apprezzabili per Doldrums e Guards, entrambi preceduti da promettenti EP. Il primo, amico e collaboratore di Grimes ci aveva ingolosito con un singolo notevole, Anomaly, ma in Lesser Devil (6,5) il suo gioco di campionature, melodie destrutturate e voci sovrapposte decolla a fasi alterne. I secondi, con In Guards We Trust (6,5), si cimentano in un pop che affonda le sue origini un po' in tutte le decadi regalandoci melodie gradevoli, anche se non proprio originali, ma anche piccole gioie con Ready To Go e Coming True. Come sempre immancabile qualche nota dolente. La delusione più forte giunge da Darkstar. Dov'è finito il trio autore del pregevole album North? Il progetto cambia etichetta, da Hyperdub a Warp e pure faccia trovando riscontri altalenanti con News From Nowhere (6-). Il dub della meravigliosa Aidy’s Girl Is A Computer è archiviato per far posto ad filone più sperimentale molto vicino agli Animal Collective e che ci lascia un po' indifferenti. Ancora più deludente l'album Jamie Lidell (5,5) dell'omonimo artista. What A Shame ci aveva illuso ma il suo tentativo di fondere R&B a sonorità dance risulta per la maggior parte del disco forzato e quasi anacronistico.



Local Natives - Heavy Feet

 



Foals - Inhaler

 



Nick Cave & Bad Seeds -  We No Who U R




Atoms For Peace - Ingenue

 



K-X-P - Melody




Doldrums - Anomaly




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