


Il Primavera Sound come ogni anno ci ha rapiti per ben più dei cinque giorni di kermesse previsti, tra studio, programmazione ed al ritorno le inevitabili scorie a presentare il conto con i tentativi vani, almeno i primi giorni, di riportare la mente alla realtà. Tornati ad un livello di concentrazione accettabile rieccoci sotto con tutto il lavoro arretrato incolonnato sulla nostra scrivania, sebbene senza mai mostrare quel lato antipatico spesso associato ai doveri ed anzi, in alcuni casi ritorna ad essere vera gioia per animo ed orecchie. Questo è proprio il caso degli
Hundred Waters partiti come outsider e rivelatisi alla fine gli autori, con
The Moon Rang Like A Bell, della miglior opera del mese di maggio come sottolineato lungamente nella
nostra recensione. Dietro al quartetto della Florida è bagarre e partendo dal lato più ignorantello (e beata ignoranza) ecco con
White Women (voto
7,5), opera dei
Chromeo, un disco che si rivela così come era atteso e forse proprio per questo
estremamente positivo fors'anche per il suo essere così vero e vicino
all'ideale funk, pop commerciale, italo e disco che ci eravamo creati
nella nostra mente scostandosi da esso, in meglio, con i pregevoli
singoli,
Jealous (I Ain't With It), Come Alive con il contributo di
Toro Y Moi e le sorprendenti ritmiche così diversificate di una carichissima
Sexy Socialite (o se preferite
Old 45's) o di una
Ezra's Interlude in
cui ci facciamo cullare senza opporre resistenza dalla voce del leader
dei Vampire Weekend. Il nuovo album di
Sharon Van Etten segna invece il ritorno di quell'eco
della tradizione folk al femminile made in U.S.A. ancora più maturo in
Are We There (
7,5) grazie a contributi eccellenti quali Torres, Lower Dens ma
che mantengono comunque inalterata l'intimità unica e personale della
cantautrice del New Jersey che raggiunge la sua punta più alta agli estremi dell'opera proprio con i singoli
Taking Chances e
Every Time the Sun Comes Up. Dopo il fortunato remix che ha donato alla bella svedese le luci della ribalta
Lykke Li avrebbe potuto cavalcarne l'onda e puntare con il nuovo album,
I Never Learn (
7) ad un pubblico meno attento e più passivo. Invece la cantautrice prosegue ed intensifica la sua campagna anti-star con un prodotto distante dai sentieri pop, addentrandosi ancor di più in tematiche malinconiche in un viaggio introspettivo che trova in
No Rest For The Wicked,
Gunshot e
Love Me Like I'm Not Made Of Stone i suo vertici senza regalarci però un diamante puro e risultando nel finale vagamente ridondante. In un mese in cui le liste rosa hanno effettuato un sorprendente sorpasso
nei confronti dei colleghi del sesso "forte", a guadagnare i consensi
più roboanti, fors'anche perché molto meno attesi, sono stati quelli relativi
al ritorno della ex Vivian Girls
Katy Goodman che sebbene indossi ora i
panni di
La Sera conserva dentro ancora quell'animo punk e aggressivo
che in
Hour Of The Dawn (
7,5) appare finalmente domato più che ingabbiato.
L'inizio è feroce e tocca nel vivo con i due singoli
Losing To The Dark e
Running Wild segno del tangibile salto di qualità e di un livello che
sebbene tenda a spegnersi si assesterà su livelli da candidatura per i
premi di fine anno. Altra splendida voce sospesa in un luogo lontano dalla concezione del tempo
in cerca di risposte è la giovane ma già navigata
californiana
Emma Ruth Rundle che si stacca dalle reminiscenze post-rock
per regalarci con
Some Heavy Ocean (
7,5) lunghi istanti di autoanalisi accompagnati da una chitarra
così sapiente da rendere trionfanti anche i momenti più raffinati. Ma a
rapirci senza se ne ma è proprio la voce della bella Emma che rende
indimenticabili le già toccanti
Run Forever ed, ancor di più,
Arms I Know
So Well. A portare un po' di luce in questo maggio un po' mesto quanto a sonorità e tematiche ci pensa
Luminuos (
6,5) degli inglesi
The Horrors, anche se le sfumature brillanti risultano un po' sbiadite e meno taglienti rispetto ai predecessori
Skying o
Primary Colours forse proprio nel tentativo eccessivamente forzato di far rivivere le gesta del passato. La vivace
So Now You Know e la movimentata
In And Out of Sight così come l'ottima
I See You faticano comunque ad alzare il livello di quella che viste le premesse appare come una tra le delusioni del mese. Dopo gli ultimi tre anni segnati da un futuro incerto si ripresentano i
The Pains of Being Pure At Hearts con un
Days of Abandon (
7) in cui forse si fa riferimento al fuggi fuggi generale nella line-up della band che si ritrova ribaltata ma non per questo indebolita. La voce al femminile passa a
Jen Goma dei A Sunny Day in Glasgow mentre le redini le tiene salde sempre
Kip Berman che prosegue nella formula Semplice & Sicura o meglio
Simple & Sure del passato, dolce e spensierata, viva e luminosa senza però raggiungere tranne poche rare eccezioni come
Beautiful You ed
Eurydice i livelli sublimi del passato.