giovedì 12 giugno 2014

BEST NEW // Hundred Waters - The Moon Rang Like A Bell


Genere: Art-Pop, Digital-Folk
Etichetta: OWSLA
Pubblicazione: 27 maggio 2014
Voto: 8


Tra le tante parole utilizzate talvolta o fors'anche spesso a sproposito per recensire un album certamente "flusso di emozioni" è quella che meglio si sposa con il sophomore degli Hundred Waters, anche se in questo caso in maniera del tutto appropriata e forse addirittura contenuta. The Moon Rang Like A Bell risulta a pochi giorni dalla propria pubblicazione opera passata dalle nostre parti (almeno ancora) quasi inosservata e per quel poco di cui si è parlato probabilmente incompresa, forse per ignavia o per quella fretta che non permette di vedere sedimentare la parte più pura e preziosa di un dono, ineluttabilmente intossicati da quella ansia tipica della nostra società avida di emozioni solo a patto non richieda in cambio il nostro tempo. Lungimirante dall'altra parte si può invece definire la scommessa della OWSLA, etichetta che deve la sua notorietà prevalentemente al suo fondatore ovvero quel Sonny Moore che fa rizzare le orecchie soprattutto quando lascia le luci della ribalta al suo alter-ego Skrillex.
Un connubio quantomeno bizzarro se si pensa alla natura elettronica e futuristica dell'etichetta di Sonny che tra le sue fila vanta artisti con un approccio decisamente più dance-floor oriented. Certamente non possono passere inosservate le piogge sintetiche e le stratificazioni strumentali contemporanee che hanno portato lo stesso quartetto della Florida a battezzare il proprio genere, in maniera assolutamente appropriata, come digital-folk. Ma in questo bagno digitale marchio del nuovo millennio l'album mantiene vivo ed ancora più evidente il suo lato quieto e placido, fatto di ambientazioni naturali ed eteree che spazzano dalla nostra mente la componente tecnologica e colpiscono quella parte dell'animo a cui interessa poco o nulla il mezzo utilizzato per raggiungerlo. Un album senza tempo, usando un altro binomio ricorrente, fuori dai concetti di quando e dove soprattutto nel momento in cui ad invadere gli spazi e le evoluzioni narcisistiche dei polistrumentisti Paul Giese, Zach Tetreault e Trayer Tryon interviene la voce di Nicole Miglis la quale, come una guida protettiva, ci trascina attraverso i 12 movimenti dell'opera che con Murmurs incontra già uno dei punti più alti e che raramente abbandoneremo con il rischio, a più riprese, di rimanere senza ossigeno. Testi melanconici, in cui ai tempi andati si sovrappongono sentimenti ancora vivi ove i palpiti del cuore vengono riprodotti da loop e ritmiche sincopate, più tese o rilassate a seconda delle situazioni. Eleganza stilistica che prosegue imperterrita con il singolo Cavity e le successive Out Alee e Innocent, singoli "in pectore". La parte centrale (Broken Blue e Chambers) trascina con se reminiscenze dell'esordio risultando contestualmente il comparto ambient dell'album. Con i sospiri di Down From The Rafter, la Miglis apre la quadriga che sfoglierà un arcobaleno di ritmiche finora inesplorato con il prezioso l'uptempo di [Animal], il fenomenale crescendo di Seven White Horses che porterà la cantante quasi alle lacrime per chiudere con la più dance-floor e suggestiva delle tracce, Xtalk, cui faranno da coda i sei minuti dark ambient di No Sound, giusto il tempo per riprender fiato, chiudere l'album dei ricordi e riporre le proprie emozioni, consci però di aver trovato un nuovo riparo in cui fuggire quando la frenesia del nuovo millennio tornerà a bussare con prepotenza....






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